di Gianni Varani
omnismagazine.com, 16 ottobre 2025
Qualcuno, dopo essere stato a cena dentro il carcere minorile del Pratello, a Bologna, grazie ad un’avventura molto particolare, ha subito pensato ad una celebre frase di Italo Calvino. “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”. Il carcere è un muro. Separa. A volte seppellisce. Per tanti è appunto un inferno. Molti pensano che serva solo ad isolare i cattivi dai buoni. Ma dentro il carcere c’è vita, ci sono esseri umani che sperano, a fatica, in una seconda possibilità. Nel girone infernale di un carcere sovraffollato, c’è qualcosa che inferno non è. Accade. A Bologna come in altre carceri.
Dev’essere questo il sentimento che ha mosso un progetto sperimentale straordinario, guidato dal Fomal, la Fondazione Opera Madonna del Lavoro. Creare una vera opportunità formativa per il futuro di quei ragazzi incappati nei rigori intransigenti della legge. Ridestare una speranza, che poi è quella incisa, con altre parole, nella stessa Costituzione italiana. E cosa di più appropriato, a Bologna, di una vera osteria, o meglio - visto l’esito sperimentato in quelle cene - di un ristorante di ottimo livello?
È così è nata la Brigata del Pratello. Un’osteria formativa. Dentro il carcere e non fuori, caso forse unico, rispetto ad altre opere realizzate con carcerati oltre le mura contenitive. I primi passi della presenza del Fomal nel carcere minorile risalgono al 2008. Grazie alla collaborazione convinta della direzione del carcere e poi delle istituzioni, Regione ed Unione Europea, assieme al contributo determinante della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, nel 2016 ha preso forma questa Brigata-osteria.
Per sedersi a quei tavoli, dentro il carcere, occorre prenotarsi con molto anticipo. Del resto, le procedure necessarie per entrare in carcere lo impongono. Le autorità competenti devono verificare chi accede oltre quei muri. Ma l’attesa dipende anche dal fatto che da un po’ di tempo molti vogliono esserci e i posti sono comprensibilmente limitati. La Brigata funziona, attira, sta diventano nota. E il livello dei cibi è notevole.
La Compagnia delle Opere di Bologna ha promosso uno di questi “eventi” in ottobre, in collaborazione col Fomal, lanciandolo necessariamente mesi prima. Ed è stato un vero incontro, oltre che una degustazione di livello. Tra una portata e l’altra, si è potuto capire il cuore del progetto, sentire le ragioni di chi lo porta avanti, incluso il punto di vista di chi ha la responsabilità dirigenziale del Pratello, e vedere in azione i ragazzi dell’IPM (istituto penale minorile). C’è anche stata una “performance” poetica, guidata, che farà poi parte di un evento, da gennaio, nel teatro dell’Arena del Sole a Bologna.
Non tutto è facile, sia ben chiaro, non tutto è in discesa. La sfida è reale e complessa. Le tensioni non mancano. Basti pensare - è stato spiegato durante il citato momento serale con la CDO - che è necessario contare, alla fine, tutte le posate utilizzate, perché i numeri tornino. Se qualcosa manca, deve saltar fuori. E i bicchieri sono di plastica. Il girone carcerario non è una meta turistica. Però lo scopo della Brigata è che la città - se vuole restare umana, vivibile - non dimentichi e non cancelli quei volti. E se c’è un problema serio, quando i reclusi escono, paradossalmente non è tanto il trovare lavoro, ma trovare casa. È il problema dei problemi, hanno spiegato. Le cene al Pratello sono un appello, non una vetrina.
Per realizzare la Brigata, sono coinvolti dai sei agli otto giovani, a turno tra i ragazzi dell’IPM, con dei veri chef professionisti. E c’è una nutrita e motivata pattuglia di operatori professionali che rende possibile questo progetto. Il dettaglio di questo percorso è bene approfondito nel sito Brigata del Pratello | Osteria formativa dove ci si può prenotare per tempo a queste importanti cene in carcere, che non sono solo cene.
Il progetto è diventato anche un’opera editoriale: “Osteria formativa Brigata del Pratello”, realizzato da Maglio editore. E tra quelle pagine si troverà citato un passaggio che viene ripetuto spesso dai protagonisti del Fomal, anche durante le cene in carcere, ed è l’articolo 27 della Costituzione: “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. I padri costituenti non volevano soltanto dare una possibilità a chi è caduto. Volevano che in questo Paese mai si perdesse, per tutti, la speranza di una rinascita, anche nelle periferie più drammatiche.











