Il Resto del Carlino, 10 luglio 2023
Il sovraffollamento e le carenze strutturali decennali della Dozza rischiano di far esplodere il disagio in violenza, secondo il sindacalista D’Amore. La politica deve affrontare la questione carceri per evitare un fallimento dello stato sociale.
Il termometro sale sopra i 35 gradi. E per chi già vive all’inferno, il caldo rischia di essere la miccia che fa esplodere il disagio in violenza. L’inferno in questo caso è la Dozza, dove il cronico sovraffollamento ha raggiunto picchi record. E dove le carenze strutturali decennali, malgrado il lavoro attuato in questi anni dalla dirigente, rendono la sopravvivenza insopportabile per i detenuti. Lo denuncia Nicola D’Amore della Cisl Fns: "In questo momento ci sono quasi 800 detenuti, in un carcere dove la capienza massima è di 500 e dove, attualmente, una sezione è chiusa per lavori", spiega il sindacalista. Un contesto che rischia di far esplodere il malcontento: "La politica ha sempre evitato di affrontare in maniera concreta la questione carceri - spiega D’Amore - e questo si ripercuote sulla vita dei detenuti e su chi lavora in carcere. Uno dei problemi è la mancanza delle docce nelle celle. Alla Dozza, la direttrice Rosalba Casella si è attivata con interventi che hanno permesso di risolvere l’annoso problema dell’acqua nelle docce comuni, sistemando l’impianto malfunzionante da anni. Ma per i detenuti che ad esempio svolgono attività lavorative e quindi rientrano nelle camere di detenzione più tardi, non c’è possibilità di lavarsi. Le celle, in cemento armato, la notte poi diventano dei forni. E i ventilatori sono solo nelle aree comuni. Chiaramente, questi disagi generano malcontento e il malcontento spesso sfocia in violenza".
Una soluzione, per il sindacalista, non può passare soltanto dall’amministrazione della Dozza, "che fa quanto può, cercando di far dialogare carcere e territorio", dice, ma necessariamente deve arrivare dalla politica: "Il grado di sicurezza sociale si misura anche sullo stato delle carceri - conclude D’Amore: Quando fallisce lo stato sociale, il carcere è il termine di questo fallimento".









