di Francesco Mazzanti e Francesca Maria Chiamenti
incronaca.unibo.it, 19 marzo 2020
Le misure alternative alla detenzione previste dal decreto servono, ma mancano i braccialetti elettronici. Parla l'avvocatessa Francesca Modaffari. Ammassati nel carcere, i diritti ridotti al minimo dopo le rivolte e in attesa di una riforma che, oltre l'emergenza, risolva i problemi decennali delle prigioni italiane. Uno su tutti il sovraffollamento.
L'avvocatessa Francesca Modaffari assiste dei detenuti di Bologna. La scorsa settimana, durante la rivolta alla Dozza, era fuori dall'istituto penitenziario, cercando notizie su ciò che avveniva all'interno. Silenzio assoluto, almeno fino a pochi giorni fa. Ora il decreto ha riattivato la possibilità di fare colloqui con i legali, preoccupati però per le contraddizioni nella gestione dell'emergenza. E ieri quattro detenuti nelle carceri lombarde sono risultati positivi al Covid-19.
Modaffari, è riuscita ad avere un colloquio con i suoi assistiti?
"Si, anche se è difficile a causa del Coronavirus. I detenuti vengono portati uno alla volta dagli avvocati. Secondo me è un controsenso: stanno in tre o quattro in una cella di pochi metri quadrati, ma il colloquio possono farlo solo uno alla volta".
Quali sono le loro condizioni di salute?
"Per quanto riguarda l'incolumità fisica stanno bene, perché non ci sono casi di rappresaglia sui detenuti da parte della penitenziaria. Chi viene dall'esterno, come noi avvocati, deve rispettare le misure. Dentro però ci sono molti problemi, i detenuti sono ammassati fra loro: il sovraffollamento già esisteva e adesso dopo la rivolta sono agibili due piani su tre. Non c'è un estremo rispetto di quelle che sono le regole imposte dal governo sulla distanza. I poliziotti hanno mascherine vecchie e ai detenuti non è stato fornito materiale".
La rivolta ha altre motivazioni, oltre alle misure restrittive imposte dal Governo?
"Il sovraffollamento, soprattutto. La situazione è oggettivamente insostenibile. Sicuramente la sospensione dei colloqui con i familiari imposta dal decreto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Pur temendo il contagio, non comprendono questo distacco totale dal mondo esterno. Forse andavano attivati da subito i colloqui via skype, magari la situazione non sarebbe degenerata fino a questo punto".
Nelle carceri italiane dove non ci sono state rivolte violente i detenuti hanno comunque protestato. Che cosa si chiede principalmente?
"Pensando al lungo periodo, aspettano tutti una riforma penitenziaria. Per molti di loro la rivolta è già una storia vecchia. La mente di una persona carcerata ha un approccio diverso agli eventi. In carcere alcuni diritti fondamentali sono violati da anni e quindi è il momento che lo Stato ne prenda atto. Indipendentemente dalla partecipazione o dalla condanna verso la rivolta, in questo momento tutti temono il trasferimento. Anche i familiari sono preoccupati, perché non hanno avuto contatti con i detenuti da due settimane".
Nel decreto "Cura Italia" sono previste misure alternative alla detenzione per chi ha un residuo pena inferiore ai 18 mesi. Che ne pensa?
"Alcuni colleghi mi hanno detto che già qualche detenuto ha beneficiato degli arresti domiciliari. Lo stesso ministero sta incentivando l'uso del braccialetto elettronico. Però in Italia mancano gli strumenti tecnologici sufficienti. Chi arriva per primo riuscirà a prenderlo, chi arriva tardi purtroppo rimarrà dov'è o avrà una misura diversa. Il ministero dovrebbe fornire più braccialetti. Purtroppo si sta aspettando con ansia una riforma penitenziaria, che rischia di passare in secondo piano anche questa volta a causa dell'emergenza sanitaria".










