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di Marco Madonia

Corriere di Bologna, 7 luglio 2026

A Bologna nasce il Centro per la giustizia riparativa: “Un incontro tra hi ha commesso il reato e la vittima. Ognuno riconosce il dolore dell’altro”. Lo guiderà la mediatrice Rosalia Donnici: “Un percorso orizzontale nel quale l’uno va incontro all’altro. Solo così ricuciamo le fratture”. “È un percorso orizzontale nel quale ognuno va incontro all’altro. Non siamo giudici, il nostro è un modello che riconosce l’umanità al di là del reato”. Rosalia Donnici è una sociologa, mediatrice penale esperta in programmi di giustizia riparativa e mediatrice familiare. È lei a guidare il Centro di giustizia riparativa che sta per nascere a Bologna, un luogo dove fare incontrare l’autore di un reato e la vittima che l’ha subito.

Un percorso volontario che si sviluppa attraverso incontri guidati da un mediatore imparziale. L’obiettivo non è sostituire il processo penale, ma riparare, per quanto possibile, le conseguenze del reato, favorendo il dialogo, l’assunzione di responsabilità da parte dell’autore e la ricerca di soluzioni condivisi. A Bologna il Centro partirà dopo l’estate, a Reggio Emilia la struttura è già attiva da qualche mese. I due centri fanno parte della rete nazionale prevista dalla riforma Cartabia.

 

Che tempi ci sono?

“Stiamo completando gli incontri di co-progettazione e il piano finanziario con l’Asp e il Comune per allinearci alle linee guida del ministero. La convenzione verrà firmata a luglio, saremo operativi da settembre”.

 

Il centro avrà una sede fisica?

“Sì, in via Polese, uno stabile che avevamo sistemato per il progetto dei Territori per il reinserimento. Poi ci sarà un altro stabile, sempre in via Polese, che andrà sistemato”.

 

Lei che tipo di formazione ha?

“Una formazione umanistica, sono allieva della professoressa Maria Rosa Mondini - che si è formata a Parigi alla scuola di Jacquelin Morineau - e del metodo del professore Adolfo Ceretti”.

 

Che esperienze ha avuto?

“Diverse, soprattutto nel campo della mediazione familiare. Interveniamo nel caso di separazioni o divorzi”.

 

Con quale scopo?

“Evitare di dare la responsabilità ai figli e favorire il più possibile una gestione condivisa da parte di madre e padre. Poi operiamo anche nei casi di maltrattamenti e violenza”.

 

E per quanto riguarda la giustizia riparativa?

“È un’esperienza nata attraverso i protocolli con i tribunali e gli Uffici di servizio sociale per i minorenni. Abbiamo lavorato con i minori che dovevano completare il percorso di messa alla prova”.

 

In che modo?

“Abbiamo portato avanti diversi progetti nel carcere minorile. Per esempio scrivendo lettere alle vittime, in alcuni casi ci sono stati incontri che hanno fatto parte di percorsi di grande valore. Abbiamo lavorato sulla gestione di emozioni e conflitto”.

 

A cosa serve la giustizia riparativa?

“La giustizia riparativa prova a mettere a posto la frattura, la perdita del prima che soffre una persona che ha subito un danno. Pensiamo a chi ha subito un furto, rischia di smarrire la fiducia della comunità e nei legami sociali. Noi proviamo a ricomporre questa frattura in 3 fasi”.

 

Quali sono?

“Incontriamo chi ha commesso il reato, che deve dare il consenso al percorso di responsabilizzazione. La giustizia riparativa non sostituisce o fa diminuire la pena, noi non siamo giudici o arbitri. Un percorso responsabile prevede il coinvolgimento anche di assistenti sociali e psicologi”.

 

Avete riscontrato qualche differenza tra minori e adulti che partecipano a questi progetti?

“Per i minori la recidiva va a zero. Si tratta di un percorso utile per gli adulti, ma anche per le vittime, pure quelle secondarie. Il percorso di avvicinamento a chi ha provocato il danno serve a rimarginare la frattura”.

 

Qual è il secondo passaggio?

“Facciamo incontri e tracciamo le linee del percorso. Poi mandiamo le lettere alle vittime agli indirizzi forniti dal tribunale”.

 

E se una vittima dà il suo assenso?

“Facciamo un incontro per spiegare che cos’è la mediazione e come funziona. Le vittime devono essere pronte, guardare negli occhi chi ti ha fatto del male non è facile. Possono passare anni”.

 

Qual è il fine?

“Una ricucitura, fare pace con quello che è successo”.

 

Come agite?

“Bisogna agire con delicatezza, fare attenzione. Il nostro è un modello che rispetta l’umanità al di là del reato. Nei casi di reati di violenza grave, esempio, chi resta non si riesce a spiegare il motivo di quello che è successo”.

 

E se non funziona?

“Ci può anche non essere dialogo, a quel punto la mediazione si interrompe. Il consenso resta libero e confidenziale”

 

Quanti mediatori saranno impegnati nel centro?

“Una ventina. Su ogni caso lavoriamo in 3. Il primo mediatore che prende in carico il caso con gli avvocati, il secondo fa l’incontro preliminare con chi ha commesso il reato, il primo e il terzo, infine, incontrano la vittima”.

 

Perché lavorate così?

“Per non essere di parte”.

 

Qual è il passaggio più difficile?

“Arrivare alla verità del fatto, alcuni rei non raccontano tutto. Non possiamo mediare se non è emerso tutto. Si tratta di un percorso orizzontale nel quale il reo va verso la vittima e viceversa. Ognuno deve riconoscere il dolore dell’altro. Il reo può riappacificarsi con l’errore commesso che magari è stato uno solo”.

 

E la vittima?

“Ricostruire quel prima che il reato ha interrotto”.