Corriere di Bologna, 29 settembre 2020
Aveva 40 anni ed era in attesa di giudizio per furto e resistenza a pubblico ufficiale il detenuto albanese che si è tolto la vita alla Dozza nella notte tra sabato e domenica. L'uomo si è impiccato mentre il compagno in cella con lui al piano giudiziario dormiva e non si è accorto di niente. In carcere da qualche mese, nelle ultime ore aveva chiesto e ottenuto di parlare con la famiglia. Per il garante bolognese dei detenuti, Antonio Ianniello resta "l'urgenza" di "rendere più incisiva l'attuazione del piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere".
Comunicato del Garante
Nel corso dell'anno 2019 si sono consumati due suicidi di persone detenute presso il carcere di Bologna e nel primo weekend dell'autunno di questo anno giunge ancora una volta la tragica notizia di un altro suicidio riguardante un uomo straniero che si trovava da alcuni mesi in custodia cautelare, alloggiato in una cella condivisa.
Oggi come allora risulta sempre all'ordine del giorno l'urgenza di elaborare strategie che possano rendere più incisiva l'attuazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, le cui indicazioni devono essere tradotte nei protocolli operativi locali, tra il singolo Istituto Penitenziario e la competente Azienda Sanitaria, costituendo il piano locale di prevenzione. Complesso è lo sforzo dei vari operatori in un contesto detentivo nel quale è ridotta la sostenibilità dei numeri relativi alle presenze in carcere, risultando spesso la coperta troppo corta.
Il Piano nazionale - si legge - offre spunti essenziali che mettono al centro la formazione degli operatori locali, in particolare quelli a più diretto contatto con la quotidianità detentiva in un quadro di condivisione del complesso degli interventi fra area penitenziaria e area sanitaria, e pone anche l'accento sul potenziale ausilio che può giungere dalle stesse persone detenute, adeguatamente formate a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio con l'obiettivo di tentare di costruire interventi concreti per presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale.
In questo senso - continua il comunicato stampa - pare particolarmente interessante il progetto - di cui si è appreso recentemente - avviato dall'Azienda Usl di Modena: il progetto Peer supports coinvolge 13 persone detenute selezionate e ritenute in grado di poter assicurare una funzione di sostegno per le altre persone a rischio, avendo il compito di allertare i medici e gli operatori penitenziari quando sorgano situazioni di allarme circa lo stato emotivo-psicologico della persona. Se la sperimentazione modenese risultasse efficace, sarebbe auspicabile, ricorrendone i presupposti, valutare l'opportunità di esportare il progetto anche nel territorio bolognese".










