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di Chiara Gabrielli

Il Resto del Carlino, 15 luglio 2026

L’allarme della delegazione di Alleanza che ha visitato il carcere per adulti “Tanti poverissimi, oltre 100 non possono acquistare un dispositivo per rinfrescarsi. E la metà è registrata come tossicodipendente, bisogna intervenire subito”. Emergenza carceri, la Dozza registra il doppio dei detenuti rispetto alla capienza prevista. E oltre la metà di loro sono registrati come tossicodipendenti. Attualmente nella casa circondariale Rocco d’Amato sono ristrette 828 persone, contro spazi per 480 (a cui però vanno sottratti 50 posti di una sezione in cui sono in corso lavori di ristrutturazione delle docce e 24 di un’altra sezione). Su 828, ben 433 sono registrati come tossicodipendenti.

Di recente, tutto il terzo piano della Dozza era rimasto praticamente senz’acqua, con proteste feroci da parte dei detenuti che avevano fatto delle barricate e appiccato piccoli incendi: anche se il guasto è stato riparato, non è detto che non potrebbe ricapitare, in quanto ci sono problemi strutturali all’impianto. Di ventilatori ce ne sono pochi ventilatori e spesso i detenuti non si possono permettere di acquistarli: oltre 100 di loro ha meno di 15 euro sul conto corrente. La miseria dilaga, e le situazioni di povertà estrema tra i detenuti non sono certo di aiuto con il caldo soffocante. Anche il reparto infermeria è in condizioni critiche, con muri e pavimenti scrostati, infiltrazioni e segni lasciati dalle fiamme degli incendi appiccati in passato. Manza poi lo spazio per l’affettività e l’intimità: è stato individuato, ma è ancora utilizzabile.

Queste - e molte altre - le criticità rilevate da una delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27, sigla sotto cui si sono uniti associazioni, sindacati e realtà del Terzo settore ed esposte in conferenza stampa. Agata Sorice di Antigone, ha raccontato nei dettagli le condizioni del carcere bolognese, parlando di “grave sofferenza”. Anche Antonio Ianniello, Garante comunale dei detenuti, parla di “Dozza ai minimi termini, con numeri ormai insostenibili legati al sovraffollamento” e la conseguente “impossibilità di prendere in carico le situazioni di tutti i detenuti, che in carcere trascorrono quindi moltissimo tempo ‘vuoto’ e privo di qualità”. Della delegazione che ieri ha visitato la Dozza faceva parte anche l’artista Alessandro Bergonzoni, che commentando quanto ha visto da un lato afferma che “le colpe vanno scontate”, ma dall’altro si chiede se questo “debba essere fatto attraverso la tortura, perché di questo stiamo parlando”.

Meno critica appare la situazione del carcere minorile del Pratello, la cui capienza è ora molto ridotta (metà della struttura è chiusa per lavori di ristrutturazione). Giulia Fabini spiega che dei 26 ragazzi presenti al momento 11 sono italiani e 15 stranieri. Per quanto riguarda il personale, i numeri sembrano buoni, “ci sono 54 agenti e 11 educatori, numeri che rispettano quanto previsto dalla pianta organica”. Numeri “rassicuranti rispetto al passato”, così anche la vicesindaca Emily Clancy, che ha visitato il Pratello. “Molto più preoccupante - osserva però la vice di Matteo Lepore- è la situazione del carcere della Dozza, caratterizzata da un sovraffollamento strutturale”. Sia Ianniello che Bergonzoni auspicano “un intervento del decisore politico”, anche se il Garante non nasconde che “le speranze sono poche”, mentre Clancy sottolinea che “se vogliamo attuare la Costituzione, bisogna garantire condizioni di detenzione dignitose”.

A seguire, sempre ieri, il convegno ‘Diritti in carcere e Costituzione’ promosso da Cnca, Acli, Arci, Cgil, Libera e Antigone. “Il carcere non è dell’amministrazione penitenziaria, il carcere deve essere di tutti”, la proposta lanciata dal responsabile sanitario e coordinatore della sanità penitenziaria della Dozza, Ruggero Giuliani. Per lui, il modello attuale di gestione delle grandi strutture penitenziarie ha mostrato tutti i suoi limiti: “Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha fallito completamente - dice -. Per gestire strutture che ospitano migliaia di persone servono manager, tecnici, esperti di manutenzione, impiantistica e organizzazione. Non possiamo pensare che tutto si regga sul lavoro di pochi detenuti addetti alla manutenzione”, ha affermato. Il direttore sanitario ha proposto un sistema di cogestione, coinvolgendo amministrazione penitenziaria, sanità, enti locali e società civile.