di Francesco Betrò
Corriere di Bologna, 26 giugno 2022
Chi partecipa ha un tasso di recidiva molto basso, al 14%. Ma per l’arcivescovo Zuppi “la società civile deve fare di più”. L’impresa sociale Fid, festeggia i suoi primi dieci anni. Oggi lavorano nel progetto circa 15 detenuti della Dozza, in totale dal 2012 sono stati 50. La direttrice del penitenziario: “Più di un lavoro, è un collegamento tra dentro e fuori”. Negli ultimi anni si è aggiunta Faac - con l’obiettivo di fornire, attraverso la realizzazione di lavori di carpenteria, assemblaggio e montaggio di componenti meccanici, un’opportunità di lavoro stabile e duraturo. Non solo dentro il carcere, ma anche fuori.
Non tutti i detenuti, però, possono prendervi parte: “normalmente - spiega il presidente del Fid Maurizio Marchesini - scegliamo persone con pene abbastanza lunghe, che poi spesso hanno dei benifici e quindi possono uscire in regime di semi-libertà prima della scadenza della pena. In questo momento abbiamo tra le 14 e le 15 persone. In tutto, dall’inizio abbiamo portato circa 50 persone al lavoro”. Numeri importanti, ma che da soli non possono bastare. La pensa così l’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro insieme a Mauro Palma, Garante azionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Secondo Zuppi “ci sono troppe poche iniziative, non ci dovrebbe essere un solo detenuto che non abbia un progetto su di sé perché altrimenti il carcere è soltanto punitivo. La società civile deve permettere una funzionalità migliore del sistema carcerario. Fa parte di una responsabilità comune. Dobbiamo ricordarci che con poco possiamo fare molto e tutti dobbiamo fare qualcosa”.
Non solo dentro il carcere, ma anche quando i detenuti escono perché, dice il presidente di Fid, “le vere difficoltà sono quando i ragazzi escono: noi li assumiamo nella filiera delle nostre imprese, però dopo tanti anni il mondo è cambiato”. Oltre allo stigma che la società gli affibbia in quanto ex detenuti, queste persone spesso perdono le reti sociali che avevano prima di entrare in carcere, come amici e famiglia, e rischiano di trovarsi senza una casa. Nonostante ciò, anche grazie all’inserimento lavorativo, il tasso di recidiva di chi sta dentro Fid è molto basso, “il 14%” secondo Marchesini.
Come ha ricordato padre Giovanni Mengoli, presidente del Gruppo Ceis, durante l’inaugurazione della Casa di accoglienza Don Giuseppe Nozzi in zona Corticella, “le cifre ormai note dell’abbattimento della recidiva del reato per chi sconta la pena in misura alternativa (il 16-20% contro il 66-70% circa di chi sconta la pena interamente in carcere) dovrebbero motivare la realizzazione di opportunità di accoglienza come questa”. Anche perché “con l’accoglienza in misura alternativa si ottiene una drastica riduzione dei costi, pari a circa due terzi rispetto alla detenzione”. All’inaugurazione c’era anche il sindaco Matteo Lepore: “Questo è un luogo di vita e di cittadinanza. Non offre solo un tetto alle persone ma la possibilità di incontrarsi e lavorare insieme. Grazie per questa realtà a cui date vita”.










