redattoresociale.it, 10 gennaio 2020
Un'ora con due agenti penitenziari e 20 studenti di una quinta di un liceo classico dell'hinterland bolognese. Nicola D'Amore lavora in Dozza, Anna La Marca nella sezione femminile del carcere di Reggio: "L'istituto replica le dinamiche del mondo libero. Il carcere è più duro per chi lo vive nella marginalità".
Chi vive in regime di 41 bis? Qual è il rapporto tra detenuti e agenti penitenziari? È capitato che i detenuti pagassero per gli errori commessi dagli agenti? Esistono, all'interno delle case circondariali, figure di supporto psicologico? Sono queste alcune delle domande che i ragazzi di una V del Liceo Classico Leonardo Da Vinci di Casalecchio, primo hinterland bolognese, hanno posto a Nicola D'Amore, agente penitenziario del carcere di Bologna e Anna La Marca, agente penitenziaria della sezione femminile del carcere di Reggio Emilia, entrambi sindacalisti del Sinappe, il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria.
Venti ragazzi sui banchi, 17 ragazze e 3 ragazzi: la falce e il martello sui muri, la lezione di francese alla lavagna. Quaderni aperti, matita in mano. Dalla finestra, il sole gelido di gennaio illumina i banchi. Alla cattedra esordisce La Marca: racconta della sua esperienza con le detenute, le donne dei collaboratori di giustizia del carcere reggiano.
Sono familiari di mafiosi, camorristi, 'ndranghetisti, vivono in un regime penitenziario differenziato dalle detenute comuni. Parlando di mafie, si arriva diretti al 41 bis: quand'è nato? Perché? L'agente snocciola risposte e cita la strage di Capaci e quella di via D'Amelio, la recente storia italiana. I ragazzi vogliono sapere cosa significa vivere con il 41bis: "I mafiosi in carcere mantengono comportamenti correttissimi, mai una volta un atteggiamento sopra le righe o una parola fuori posto - spiega D'Amore -. Ma anche all'interno della struttura conservano il loro potere d'acquisto, possono permettersi avvocati famosi, riescono a ottenere le prime pagine dei giornali. Ai colloqui, a dividerli dai visitatori c'è sempre il vetro, in ogni spostamento sono accompagnati da almeno due di noi".
È il professore a chiedere se, all'interno delle carceri, si riproponga la stessa divisione per classi che vediamo tra le persone libere: "Sì, è esattamente così - concordano gli agenti. Il carcere replica le dinamiche esterne. Il carcere è duro anche - se non soprattutto - per chi lo vive nella marginalità. Persone di origine straniera senza documenti che non hanno nulla con sé, uomini e donne che sconteranno sino all'ultimo giorno della pena e che, quando usciranno, saranno ancora più arrabbiati con il mondo".
La Marca e D'Amore parlano delle difficoltà del loro lavoro, della difficile convivenza con colleghi che, nel carcere, vedono solo un ruolo punitivo e mai rieducativo: "Persone che si lasciano affascinare dal potente di turno che, con slogan urlati e spesso offensivi, alimenta il clima d'odio nel paese. Ma c'è anche chi, da agente penitenziario, vuole lavorare per assolvere i doveri sanciti dalla Costituzione: garantire il rispetto dei diritti umani, prestare servizio allo Stato perché la pena sia davvero educativa.
Con la sempre più grave carenza di educatori, nessuno può più sottrarsi ai propri doveri. È necessario che gli agenti siano adeguatamente formati. La formazione di oggi deve per forza essere diversa da quella del passato". È a questo punto che arriva la domanda da una ragazza in terza fila: "Come convivono la necessità di fare rispettare le regole con il lato umano di una persona?".
A rispondere è Anna La Marca, che ricorda di quando, una sera, entrò in carcere una mamma con un bambino di 8 mesi. La donna aveva fatto un viaggio dalla Puglia all'Emilia, aveva necessità di farsi una doccia. Non sapeva dove mettere il piccolo, non aveva né ovetti né carrozzine: "Mentre si faceva la doccia, ho tenuto io in braccio suo figlio.
Non potevo farlo, ma chiamai il mio superiore e glielo comunicai. Non gli chiesi il permesso, gli dissi che l'avrei fatto. Non è possibile irrigidirsi sulle regole. La norma va fatta rispettare, poi gli angoli vanno smussati". C'è ancora qualche dito alzato, ma suona la campanella.
Sono le 13 e la giornata scolastica è finita: i ragazzi salutano con un arrivederci, il prossimo appuntamento è per la settimana prossima, quando studenti e professore entreranno in Dozza per provare a dare corpo a tutte le parole appuntate su diari e quaderni.









