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di Giuseppe Baldessarro

 

La Repubblica, 4 ottobre 2019

 

Entro fine ottobre arriveranno i rilevatori portatili per individuarli e bloccare le frequenze. La lettera del direttore generale del Ministero della Giustizia è arrivata nei giorni scorsi. Porta la firma di Massimo Parisi e annuncia la guerra ai telefonini in carcere: "Entro la fine di ottobre verranno distribuiti agli agenti i rilevatori di cellulari e di dispositivi elettronici".

Poche righe per rispondere a Roberto Santilli, segretario del Sinappe (sindacato della polizia penitenziaria), che nelle scorse settimane, come anche la Cgil, aveva sollecitato il dipartimento a fare qualcosa contro il ritrovamento di telefonini durante le perquisizioni ai detenuti. Una piaga presente in tutti gli istituti di detenzione e, non ultimo, in quello della Dozza.

Quindici i ritrovamenti dall'inizio dell'anno a Bologna. L'ultimo in ordine di tempo ieri mattina, segnalato con una nota dalla Fp-Cgil. Scrive il sindacato: "Durante un'operazione di perquisizione ordinaria in alcuni reparti di detenzione del secondo piano, e stato rinvenuto un telefono iPhone ed il rispettivo carica batterie completamente funzionanti".

L'invito del sindacato è a intervenire con provvedimenti finalmente risolutivi contro quella che sembra essere diventata una piaga, oltre che una pericolosa beffa al sistema carcerario. Apparecchi, con schede telefoniche estere, che consentono ai detenuti più pericolosi di tenere contatti diretti con l'esterno della Dozza.

Una volta, a passare tra le sbarre erano i microtelefoni, ma da qualche tempo si cominciano a vedere cellulari di ultima generazione. I quindici telefonini scoperti nel penitenziario bolognese dal primo gennaio scorso sono stati trovati nelle celle di italiani. Ma a prescindere dalla spessore criminale del singolo detentore, la preoccupazione maggiore è che si tratti di strumenti utilizzati da affiliati e boss della criminalità organizzata.

L'ipotesi è che si tratti di un modo per comunicare, impartire e ricevere ordini, per dare continuità a attività criminale d'ogni genere. Quindici episodi in meno di 10 mesi sono tanti. Troppi per il Sinappe, che lo ha messo nero su bianco il 17 settembre in una lettera ai vertici della casa circondariale e del dipartimento.

Numeri che sono il sintomo di un sistema carcerario "permeabile". Falle contro cui la polizia Penitenziaria continua a combattere una battaglia impari, uno svilente gioco di guardie e ladri. Ma come entrano i telefonini nelle celle dei detenuti? "Quella delle guardie "infedeli" è solo una delle spiegazioni - dice Nicola d'Amore del Sinappe - Potenzialmente chiunque potrebbe introdurre un telefonino in carcere. In astratto potrebbero farlo medici e infermieri, educatori, gli avvocati e persino i volontari.

I controlli ci sono, tuttavia il personale è poco e male attrezzato. Una volta dentro, il cellulare può passare di mano in mano facilmente". Una cosa è certa: i detenuti che usano gli apparecchi per chiamare fuori dal carcere non lo fanno per parlare con figli, mogli o madri. In questo senso, tutte le carceri italiane infatti consentono contatti telefonici settimanali ed è quindi logico che i telefonini servono per comunicazioni riservate.

"Il tema - spiega ancora d'Amore - non è quello dei rapporti con i familiari, che noi riteniamo indispensabili per la serenità dei detenuti, ma quello della liceità delle comunicazioni". Da qui le continue perquisizioni degli operatori che, nelle prossime settimane, avranno in dotazione anche i rilevatori in grado di individuare cellulari (anche spenti) e apparecchiature elettroniche. Supporti tecnici a cui nei prossimi mesi potrebbero aggiungersene altri.

Il dipartimento ha infatti in animo di mettere in funzione gli "jammer" per inibire frequenze telefoniche e apparati rilevatori di traffico di fonia e dati. Attrezzature sofisticate per l'uso delle quali saranno fatti dei corsi di formazione.