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di Carlo Valentini

Italia Oggi, 19 maggio 2026

Spettacoli teatrali e concerti animano il cortile del carcere bolognese della Dozza, coinvolgendo detenuti e ospiti. Un’iniziativa che, insieme al rugby, mira a favorire il reinserimento sociale e a ridurre le recidive attraverso la cultura. Spettacoli nel cortile del carcere, una cena per 700 con allo stesso tavolo detenuti e familiari, mostre d’arte nei corridoi, una squadra di rugby regolarmente iscritta al campionato di serie C che ha come slogan Tornare in campo, che non poteva essere più esplicito poiché è formata da 40 detenuti di 13 diverse nazionalità. Il carcere, quello della Dozza, a Bologna, cerca di scrollarsi di dosso le criticità, togliere dall’isolamento sociale chi vi è rinchiuso, favorire il futuro reinserimento sociale arginando le recidive.

Sfide e sovraffollamento - Tanto dinamismo funzionerà? È comunque importante il tentativo, che avviene in una realtà, nazionale e locale, davvero problematica. A fine 2025 i detenuti nelle 189 carceri italiane erano circa 63.800, contro una capienza effettiva di circa 46.100 posti. Il tasso medio nazionale di affollamento era quindi del 138,5%. Ovvero ogni 100 posti disponibili ci sono quasi 139 detenuti. Nel carcere bolognese i detenuti (marzo 2026) sono 849 a fronte di 507 posti. Un sovraffollamento che complica la vita carceraria.

Pur tra molte difficoltà chi gestisce un istituto di pena può comunque cercare di non farne un corpo estraneo rispetto alla società. Per esempio portando spettacoli all’interno, a Bologna avverranno nel cortile, a giugno, alle 18,30, in platea detenuti (un centinaio, a rotazione) e ospiti: 75 per ogni rappresentazione, che dovranno acquistare il biglietto on line, su Vivaticket, inoltrando poi copia di un documento di identità poiché occorre l’ok dell’autorità giudiziaria. Gli spettacoli prevedono concerti e pièce teatrali, una delle quali sarà recitata dalla Compagnia delle Sibilline, composta da donne detenute che si cimentano anche in testi classici come Furore di John Steinbeck.

Il valore terapeutico del teatro e della musica - Dice lo psicoterapeuta Oliviero Rossi, che si definisce anche arteterapeuta: “L’inserimento sociale post-penitenziario del detenuto presuppone che, nel periodo di esecuzione della pena, vengano favorite situazioni per un percorso individuale di riflessione, ma anche collettivo di revisione critica. Il teatro si pone come elemento rilevante del trattamento insegnando la dimensione del gruppo e riportando alla solidarietà e allo scambio con gli altri”. Dentro il carcere c’è pure stato, qualche giorno fa, un happening di Paolo Fresu, che ha suonato passeggiando all’esterno dei blocchi detentivi, dopo l’orario di chiusura delle celle. Dice: “Essere artisti e musicisti non esula dall’essere cittadini. Usare la musica, in questo caso il ‘megafono’ di una tromba, per amplificare i messaggi e indurre a delle riflessioni, credo sia una responsabilità dalla quale non possiamo prescindere”. Inoltre è stata chiamata un’artista albanese, Anila Rubiku, a esporre all’interno del carcere “perché l’arte-è scritto nel catalogo- è veicolo di cambiamento: se vedi, o senti, qualcosa di diverso da ciò che hai conosciuto finora, forse ti si apre una nuova prospettiva”. Dall’arte alla tavola. Per una settimana i carcerati hanno potuto pranzare coi loro familiari e tra i 700 che in totale hanno mangiato, tra inevitabili abbracci, tortelloni e fragole, c’erano anche 130 bambini, che finalmente hanno potuto sedere senza barriere vicino al genitore.

Lavoro e formazione contro la recidiva - Un pool di aziende e cooperative hanno reso possibile questo straordinario rendez-vous, insieme a 60 volontari dell’associazione Avoc, attiva all’interno del carcere dove, tra l’altro, ha avviato un caseificio in cui vengono prodotte caciotte (vendute all’esterno) e un laboratorio di cucito e uncinetto rivolto alle detenute. “Questo pranzo collettivo”, dice Maria Caterina Bombarda, presidente di Avoc, “è uno dei rarissimi momenti in cui i detenuti possono incontrare i propri cari in un contesto più umano e sereno. Al di là dei colloqui consentiti e delle telefonate, occasioni come questa permettono alle famiglie di condividere un momento semplice e autentico, come quello di un pranzo insieme”.

Rosa Alba Casella, direttrice del carcere, aggiunge che il caseificio è un fiore all’occhiello della struttura: “Si tratta di posti di lavoro alle dipendenze di aziende esterne. Tali opportunità lavorative rappresentano la base di percorsi rieducativi concreti ed effettivi per abbattere il rischio di recidiva. Bisogna infatti evitare che i detenuti escano e si ritrovino nelle stesse condizioni di marginalità in cui hanno commesso il reato”. Non a caso l’editore (e senatore) americano Malcom Forbes, diceva: “Mi è del tutto indifferente se un uomo viene da Harvard o da Sing Sing. Noi assumiamo l’uomo, non la sua storia”.

Rugby: un cartellino giallo per riflettere - Infine il rugby, con Giallo Dozza, squadra che ha già al suo attivo un centinaio di partite. Per motivi di sicurezza legati allo status dei giocatori, la quasi la totalità delle partite vengono disputate nel campo del carcere, ospitando le squadre avversarie del campionato. Dice il presidente della squadra, Matteo Carassiti, Ceo di una società energetica: “Dentro il carcere sono entrate decine di squadre di persone libere che si sono venute a confrontare con i giocatori detenuti, che prima non avevano mai visto una palla ovale e si sono messi in gioco con 4 allenamenti settimanali sul campo e teorici”. Significativo il nome, Giallo: “Per mille motivi o per nessuno, può capitare di infrangere una regola, di commettere un fallo. Allora, cartellino giallo, la panca delle penalità, fuori dal gioco per un po’ di tempo. Tempo, però, che può servire per riflettere”.