di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 luglio 2026
Per due sere di fila, la Casa circondariale di Bologna è rimasta senza acqua e i detenuti hanno rifiutato di rientrare nelle celle. In alcune sezioni sono stati appiccati piccoli incendi, altri reclusi si sono barricati per protesta e solo dopo ore di mediazione della polizia penitenziaria la situazione è tornata sotto controllo. A raccontarlo sono tutte le organizzazioni sindacali del corpo, che hanno scritto alla direzione dell’istituto e al provveditorato per chiedere interventi urgenti. Il documento porta la firma congiunta di Sappe, Sinappe, Osapp, Uil, Fns Cisl, Con.Si.Pe, Cnpp/S.pp e Fp Cgil, ed è indirizzato alla dirigente Rosa Casella e, per conoscenza, al provveditore Silvio Di Gregorio.
Lo stesso testo è circolato come comunicato stampa e come lettera protocollata sulle gravi criticità dell’istituto. Le sigle denunciano “la totale assenza di condizioni adeguate di vivibilità” per chi è detenuto e per il personale accasermato, cioè gli agenti che alloggiano nella caserma annessa al carcere, oltre a condizioni di lavoro che definiscono precarie e rischiose. Il fronte, insomma, è doppio: riguarda i reclusi e chi dovrebbe sorvegliarli.
La sera del 29 giugno, mentre un temporale portava un po’ di sollievo alla città, dentro l’istituto il clima era diventato, si legge nel comunicato, “letteralmente rovente”. La mancanza d’acqua, comparsa prima al terzo piano del reparto giudiziario, si è allargata a tutto il carcere. In diverse sezioni i reclusi hanno rifiutato di rientrare nelle camere di pernottamento. A quella tensione già alta si è aggiunto l’incendio di alcune suppellettili.
Solo verso le due del mattino, dopo un lavoro di mediazione che ha richiesto anche il richiamo di personale libero dal servizio, il trattenimento di molti agenti in straordinario e ogni accorgimento utile a evitare che la situazione degenerasse, è stato possibile riportare quella che il testo chiama “una parvenza di normalità”. La sera dopo, il 30 giugno, la scena si è ripetuta con il medesimo copione. I detenuti del terzo piano, barricati nella sezione per protesta, hanno accettato di rientrare nelle celle solo intorno alla mezzanotte, dopo svariate ore di confronto. Situazioni che, avvertono le sigle, portano a un inevitabile aumento della tensione tra i reclusi, con il concreto rischio di nuovi episodi di disordine all’interno dell’istituto.
Un guasto che torna ogni estate - Il punto, spiegano le organizzazioni, è che non si tratta di un episodio isolato. La cattiva distribuzione dell’acqua al terzo piano del reparto giudiziario viene descritta come “una criticità storica alla quale non si riesce a porre rimedio”. Per risolverla davvero servirebbero interventi strutturali che, con ogni probabilità, imporrebbero anche la chiusura parziale dell’istituto. Ogni estate la stessa storia, senza che sia mai stato fatto un lavoro risolutivo. E ogni estate, il caldo si fa sempre più duro.
Nel comunicato si richiama anche il garante delle persone private della libertà personale, secondo cui le condizioni di vivibilità della Dozza peggiorano di giorno in giorno per via di un sovraffollamento cronico, aggravato da problemi strutturali ormai annosi che, scrivono i sindacati, non vengono affrontati con la necessaria determinazione da parte dell’amministrazione. I sindacati puntano il dito contro quella che chiamano l’inerzia dell’amministrazione anche su alcune presenze che considerano destabilizzanti: una detenuta destinataria di un provvedimento di allontanamento dal reparto femminile che, per un cavillo imposto dal provveditorato, resta comunque nell’istituto; il reparto infermeria usato per lunghi periodi come collocazione di reclusi particolarmente problematici, che generano continue difficoltà operative e nuove tensioni; un detenuto del primo piano del reparto giudiziario ritenuto responsabile di tentate aggressioni e minacce ripetute verso gli agenti.
C’è poi la condizione di chi lavora. Il personale, si legge, avverte un “crescente senso di abbandono”: nonostante il grande spirito di sacrificio e l’elevata professionalità mostrata ogni giorno, gli operatori si sentono spesso incolpati per fatti che nascono da problemi organizzativi noti da tempo. E per la carenza d’acqua, al termine di turni pesantissimi segnati dalle temperature elevate e da molte ore di straordinario, non riescono nemmeno a farsi una doccia prima di tornare a casa alla fine del servizio.
Da Milano alla Toscana: stessa emergenza - Quello dell’acqua che non arriva ai piani alti non è un problema solo bolognese. A Milano Opera, come riportato ieri da Il Dubbio, l’avvocata Roberta Zarcone ha scritto al presidente Mattarella, al ministro Nordio e al Dap per denunciare le condizioni del quarto piano del secondo reparto. Un solo medico per tutto l’istituto, detenuti che arrivano ai colloqui con le magliette fradicie di sudore e con malori, e un impianto idraulico che non porta l’acqua fino al piano dove sono ristretti. Per far fronte alla mancanza il personale ha dovuto chiedere alla Croce Rossa seicento bottiglie, poi usate anche per l’igiene personale. Nella missiva la legale parla di condizioni “inumane e degradanti”. Molti dei suoi assistiti hanno pene sotto i sei anni e avrebbero i requisiti per chiedere l’affidamento terapeutico territoriale, ma le udienze arrivano a mesi di distanza dalle richieste: un ritardo che, secondo lei, trasforma la detenzione in una “tortura”. La stessa acqua che a Bologna non arriva al terzo piano, a Opera non sale fino al quarto.
Sullo sfondo c’è il dato che tiene insieme queste storie. Secondo il monitoraggio quotidiano di sovraffollamentocarcerario.it, che rielabora le schede del ministero della Giustizia e calcola l’affollamento sui posti davvero agibili, al 5 luglio nelle carceri italiane ci sono 64.816 detenuti a fronte di 51.185 posti regolamentari, di cui però 4.829 non agibili. I posti che restano davvero utilizzabili scendono così a 46.356, e il tasso reale sale a un valore vicino al 140 per cento. A Bologna la situazione è ben peggiore della media: 843 reclusi per 470 posti effettivi, cioè un affollamento che supera il 179 per cento. Anche calcolato sui 505 posti previsti sulla carta il tasso resta sopra il 166, e a completare il quadro c’è una carenza di polizia penitenziaria di oltre cento unità rispetto all’organico previsto.
A Milano Opera i detenuti sono 1.376 su poco più di 900 posti, mentre a San Vittore si arriva al 220 per cento e nella sezione femminile si sfiora il 236. In questo quadro si inserisce anche la circolare del provveditorato toscano che, davanti al caldo e agli spazi insufficienti, ha di fatto autorizzato i materassi a terra come soluzione temporanea. Un modo per ammettere, nero su bianco, che i posti letto veri non bastano. Le sigle bolognesi, intanto, chiedono interventi immediati all’amministrazione e a tutte le autorità competenti, per restituire condizioni di vita dignitose ai detenuti e condizioni di lavoro più sicure e sostenibili a chi in quelle sezioni ci passa le giornate e le notti. Perché, avvertono, senza un intervento vero, l’estate prossima la stessa storia si ripeterà ancora, con lo stesso copione delle notti del 29 e del 30 giugno di quest’anno. Se non peggio.










