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di Emanuela Giampaoli

 

La Repubblica, 19 febbraio 2015

 

"In carcere ho passato 35 anni della mia vita, ma questa è la prima volta che ci entro da uomo libero. Ed è una strana sensazione". Aniello Arena è oggi un attore famoso, voluto da Matteo Garrone nel suo "Reality" premiato a Cannes. Ma era un "fine pena mai". Un ergastolano. Entrato giovanissimo nelle fila della camorra, l'ha salvato l'incontro con la Compagnia della Fortezza, acclamata in tutt'Europa, e con Armando Punzo, il regista che la fondò 27 anni fa, dentro al carcere di Volterra. Sabato e domenica saranno all'Arena del Sole con lo spettacolo "Santo Genet". Ma oggi alle 18, in teatro, incontreranno chi vuole conoscere la storia della più celebre compagnia teatrale italiana nata dietro le sbarre.

Ieri, quell'esperienza unica, Punzo e Arena l'hanno portata nel cuore della Dozza. "Volevo far teatro, ma non volevo lavorare con attori professionisti. Ero a Volterra, in un teatrino proprio sotto il carcere, in pieno centro, e pensai che avrei trovato lì le persone col tempo per dedicarsi al mio progetto. Non volevo portar sollievo, volevo fare teatro.

Le mie ragioni sono sempre state quelle del teatro". Punzo lo racconta a una platea di un centinaio di detenuti, uomini e donne che qui scontano una pena. Molti di loro seguono il laboratorio di Paolo Billi, che da otto anni, all'esperienza del carcere minorile, affianca il lavoro dentro la Dozza. Altri fanno parte del coro Papageno, voluto da Claudio Abbado. Labili frammenti di normalità dietro le sbarre.

Punzo spiega come lavora, Aniello ripercorre i suoi esordi, la scoperta di Shakespeare, Brecht, Pasolini. Lui che aveva la quinta elementare. Sul muro scorrono immagini degli spettacoli della Compagnia della Fortezza. Allestimenti sontuosi, ricchissimi di scene e costumi. Incredibile pensare che nascano in quelle condizioni, in una cella di tre metri per nove.

"Ma come ci siete riusciti?", chiede una detenuta. "È stato difficilissimo risponde il regista, che in quella celletta passa ancora tutti i giorni dell'anno, sabati e domeniche incluse. All'inizio, tutti contro. Gli agenti per primi. Poi vedevano che il nostro lavoro portava ad abbassare il livello di conflittualità e che il carcere di Volterra s'andava trasformando in uno dei più vivibili".

Gli ospiti della Dozza ascoltano, sognano e sperano, protestano per quel che manca. "Vi siete dimenticati delle donne irrompe una carcerata di mezz'età , qui siamo 66 e più volte abbiamo chiesto di fare teatro, anche da sole". Risponde la direttrice Claudia Clementi: "Non è semplice, avete le Pigotte, la sartoria".

Ma è il teatro ciò che vogliono, e il perché lo spiega una di loro, neanche trent'anni: "Vedere Aniello Arena è la prova che un'altra strada è possibile. Un ex detenuto che fa altro nella vita è la dimostrazione che la rotta delle nostre esistenze si può invertire. Noi ci stiamo provando". Proprio Aniello conclude, recitando l'Amleto. Applaudono tutti, guardie comprese. Finché tocca loro ricordare che il tempo è scaduto. E si torna in cella.