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di Filippo Donati

Il Resto del Carlino, 7 novembre 2026

Quando la pena è essa stessa un delitto: il convegno dem sullo “Stato fallimentare dell’esecuzione penale” è un viaggio tra i moderni dannati della Terra, quegli 850 detenuti pigiati dentro la Dozza, che in teoria potrebbe contenere solo la metà di loro, “e che non fu neanche lontanamente così piena neppure negli anni Ottanta (gravati da terrorismo e guerre di mafia, ndr)”, tuona l’avvocata Rosa Ugolini. “Allora c’erano sedici educatori in carcere, oggi sono nove”. Troppi carcerati “con disagio psichiatrico non vengono seguiti come meriterebbero - rincara la dose il sostituto procuratore Marco Imperato -. Il carcere non riconsegna persone reinseribili. I sedativi sono prescritti e assunti come antidoto a condizioni di tortura.

Ma così si spengono le persone: pochissimi studiano o lavorano, sono anzi alla perenne ricerca di piccoli guadagni per sopravvivere alla detenzione, per procurarsi un cellulare quale valvola di sfogo. E così rimangono un pericolo”. Eppure le storie di successo ci sarebbero: Chiara Rizzo, alla guida di Chiusi Fuori, assicura che “una volta usciti da là dentro, i detenuti non recuperabili sono pochissimi. Troppi però non riescono a uscire perché non hanno una casa”.

Lo conferma Casa Corticella, che ospita ex-detenuti “senza casa e familiari, che altrimenti non sarebbero potuti uscire. Ma siamo una goccia nel mare, servono più strutture come la nostra”. Oltre ai carcerati, la vittima è la carta costituzionale: “L’articolo 27 impone la rieducazione del detenuto - scandisce l’avvocato Nicola Mazzacuva -. Il reinserimento sociale impone di misurarsi non solo con il reato ma con la persona. L’amnistia e l’indulto fanno parte dell’ordinamento”.