di Chiara Pazzaglia
Avvenire, 7 agosto 2019
La docente Paola Italia: "Testi come quelli di Sciascia stimolano una riflessione tra i detenuti sulla loro condizione". Non sono letture "di evasione" quelle affrontate dal Circolo dei Lettori della Dozza, ma approfondimenti culturali sulla letteratura moderna e contemporanea, divenuti, poi, anche strumento di riflessione sulle proprie condizioni di vita.
Al carcere bolognese della Dozza si è appena concluso il primo ciclo di incontri letterari ideato dalla professoressa Paola Italia, docente di filologia e letteratura italiana dell'Università di Bologna, che ha coinvolto una quindicina di detenuti e circa 20 studenti. "L'idea, subito accolta dall'amministrazione carceraria, è nata con uno scopo puramente culturale, dal momento che alcuni carcerati sono nostri studenti" spiega la professoressa.
Col tempo si è trasformata in un'attività ad alto impatto sociale: "La scelta dei volumi, da "Il giorno della civetta" di Sciascia, a "Fine pena: ora" di Fassone, ha stimolato una riflessione più ampia sulla particolare condizione di vita che si trovano ad affrontare i detenuti. D'altra parte -prosegue la docente - oltre ad occuparsi della didattica e della ricerca, è compito dell'Università portare sul territorio, anche in luoghi insoliti, saperi e competenze".
Le letture affrontate "sono state scelte insieme agli studenti che, volontariamente, hanno aderito all'iniziativa". Le Facoltà umanistiche sono spesso tacciate di scarsa aderenza alla realtà quotidiana, ma "un'esperienza simile ha senz'altro consentito agli studenti coinvolti di non vivere lo studio della letteratura finalizzandolo solo al superamento degli esami e all'apprendimento di nozioni, ma dandogli un senso concreto".
Ed è la studentessa Laura Fugazza a fornire la chiave di lettura di questa scelta: "Ero già impegnata in carcere per seguire i detenuti iscritti a Lettere - spiega. Ho capito che il confronto con i personaggi dei volumi proposti, tutti donati dai relativi editori, poteva stimolare una riflessione non solo di tipo culturale, ma anche morale".
Infatti, di fronte ad alcuni testi "i partecipanti hanno espresso le difficoltà della loro condizione. Ad un incontro ha partecipato la scrittrice Alessandra Sarchi, rimasta invalida a seguito di un incidente: nella sua limitazione fisica i detenuti hanno ravvisato la loro. Anch'essi si sentono vittima di un "incidente" che ha cambiato per sempre la loro vita, che li ha destinati ad un'esistenza che percepiscono senza possibilità di riscatto".
I partecipanti stanno tutti scontando pene di lunga durata: "Molti di loro si impegnano a studiare le leggi, per cercare di comprendere la loro condizione giuridica. Da questa esperienza, però, è emerso che il problema della consapevolezza del proprio status non deve essere affrontato solo in termini legali ma anche etici.
La vera riabilitazione passa da una presa di coscienza morale, prima che giuridica, dell'errore commesso e in questo la letteratura può essere strumento di riflessione". Lo sa bene Pasquale, ergastolano che ha scritto alcune poesie ispirate alle letture affrontate: esse descrivono lo sconforto, il dolore, il rimpianto comportati dalla detenzione con l'efficacia e il pathos che può esprimere solo chi la vive. Pasquale ha scoperto così, come gli antichi, il potere catartico della letteratura.










