di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 1 settembre 2019
Nel 2018 le colluttazioni tra detenuti sono state 195, gli atti di autolesionismo 256 e 23 i tentativi di suicidio (in un caso il detenuto è riuscito a togliersi la vita). Poi ci sono le aggressioni agli agenti della penitenziaria, una ventina lo scorso anno. Numeri che a causa del sovraffollamento rischiano di crescere.
Il Garante per i diritti delle persone private della libertà di Bologna, Antonio Ianniello, parla di "drammatica carenza di figure dell'area educativa" e tuttavia "invita ad abbassare i toni e a tener conto che, negli ultimi anni, le condizioni di vita nel carcere della Dozza sono migliorati".
Dottor Ianniello, i numeri dicono che la situazione è allarmante...
"I problemi di sovraffollamento ci sono anche se il dato non è drammatico come sembra. A fine luglio, c'erano 853 persone detenute (a fronte di una capienza fissata in 500), ma l'incremento numerico si deve anche al recupero di spazi detentivi che prima risultavano inutilizzati o utilizzati solo in parte. Ovviamente il sovraffollamento comporta un abbassamento complessivo della qualità della vita all'interno dell'istituto, anche se siamo lontani dal passato vergogno in cui si erano anche toccate punte di 1.200 presenze".
Il sovraffollamento è però padre di molte tensioni...
"Vero, la popolazione carceraria ha diritto ad una vita dignitosa. Le pene vanno espiate, ma nel farlo ogni detenuto deve essere messo nelle condizioni di guardare al futuro con fiducia, deve poter sperare. La speranza in condizioni difficili come quelle del carcere è legata alla capacità delle istituzioni di dare risposte concrete: Ascolto, lavoro, relazioni familiari. Dignità e risoluzione di piccoli e grandi problemi vanno in parallelo. L'aggressività, ad esempio, è quasi sempre figlia della cattiva gestione di un bisogno essenziale".
Da dove bisogna partire?
"Io penso che in questo momento il problema più grave a Bologna sia l'esiguo personale. Mancano troppi gli educatori, cosa che si traduce nella rarefazione dei contatti fra la persona detenuta e professionista di riferimento. Gli "ospiti" si lamentano spesso di questo. Dati alla mano, l'area educativa appare drammaticamente insufficiente rispetto al fabbisogno, essendo attualmente operative 6 unità (compreso il capo area) a fronte di un organico che ne prevede 12 per 500 detenuti (oggi ce ne sono 850). Questa incongruità è un problema per quanti non trovano il giusto ascolto. Ai fini della "rieducazione", per fare un esempio concreto, si perdono le opportunità di lavoro offerte dal territorio".
Il lavoro è una delle scommesse da vincere per il reinserimento...
"Non solo. Per un detenuto significa sia futuro che presente. Significa futuro perché una volta fuori ha una professionalità a partire dalla quale può rimettersi in gioco. È presente perché si traduce nel poter contribuire al mantenimento di se stesso e della propria famiglia. Siamo nel campo della realizzazione personale. Chi non è impegnato quotidianamente trascorre le ore a far nulla a ciondolare tra la cella e il corridoio, e un detenuto che si sente inutile diventa spesso insofferente e, quindi aggressivo. Comunque rappresenta il fallimento dell'istituzione".
E poi ci sono i bisogni quotidiani...
"Certo, ma guardi che le richieste dei detenuti sono essenziali. Vogliono la possibilità di una doccia in cella, un ventilatore in estate, qualche telefonata in più e magari video con i familiari all'estero. Non è impossibile, e alla Dozza ci si sta muovendo nella giusta direzione nonostante i toni che si usano quando si parla di persone che hanno sbagliato".
Cosa c'entrano i "toni"?
"La situazione delle carceri non è apocalittica come viene descritta. I miglioramenti, sia pure lievi, negli ultimi anni ci sono stati. È chiaro che le criticità esistono e non voglio minimizzarle. Avendo però a cuore la quotidianità detentiva, temo che un utilizzo poco misurato del linguaggio possa anche avere ricadute negative. Frasi come "non deve più uscire", "deve stare in carcere fine all'ultimo dei giorni che deve scontare", "devono marcire in galera" alimentano tensione sulla pelle delle persone detenute e di chi lavora in carcere con loro. Innestano nella società la tentazione di pensare che non vale la pena di occuparsi di chi ha sbagliato. Sarebbe un errore, un grave errore soprattutto culturale".









