di Daniela Corneo
Corriere di Bologna, 10 agosto 2025
Appello dei sanitari alla Dozza: il lavoro qui va incentivato, scappano tutti. In un momento di grave carenza degli infermieri, da quelli che lavorano in carcere alla Dozza arriva il grido d’allarme: “Siamo reclusi anche noi, dopo anni non si agevola la mobilità, è un lavoro usurante”. La storia di Anna: “Lavoro lì da tre anni, non ce la faccio più”. Le denunce di Nursind e Ordine. La Ausl: “Disponibili al confronto, misure in arrivo per il benessere degli infermieri”.
Nessuno ci vuole andare. E quelli che accettano di lavorare lì, poi sentono di non avere vie d’uscita. “Il carcere alla fine diventa un carcere anche per noi”. A lanciare un grido d’aiuto sono gli infermieri che lavorano alla Dozza, alcuni dei quali lavorano lì da anni, senza però avere una prospettiva d’uscita, nonostante le richieste di mobilità. Anna (nome di fantasia, ndr), è una giovane infermiera appena trentenne. Lavora con i detenuti da tre anni. Per scelta. “Ma adesso non ce la faccio più. Ho chiesto la mobilità due volte, ma senza risultati. Il carcere è un posto dovesi potrebbe star bene, sei lavoratori fossero più ascoltati, ma alla fine non si sta bene per niente. C’è chi scappa dopo un solo giorno, chi si mette in malattia appena arrivato, chi resiste ma è in burn out”. Ma il problema è che, essendoci un turn over praticamente nullo, nonostante gli infermieri alzino bandiera bianca e chiedano di poter cambiare prospettiva, di prospettive di fatto non ne hanno.
I lavoratori richiedono da tempo attraverso i sindacati che nei confronti di chi lavora alla Dozza ci sia un occhio di riguardo. “Il carcere ha dinamiche tutte sue - racconta Anna-che impari con il tempo, ma all’inizio può essere scioccante”. Perché gli infermieri non devono solo preparare tra le 100 e le 150 terapie psichiatriche ogni giorno, ma si trovano anche a gestire situazioni molto delicate. “All’inizio - dice Anna - può essere una doccia fredda, c’è chi tra i detenuti si taglia, chi ingoia lamette, chi si fa male. Non capita tutti i giorni, ma quando succede si è davanti a scene forti e servirebbe un periodo di affiancamento più lungo per chi entra a lavorare lì come infermiere”.
“Sul carcere - spiega Antonella Rodigliano, segretaria provinciale e regionale del sindacato Nursind - chiediamo un cambiamento da diversi anni. Poche persone accettano di andare a lavorare là, ma poi si fa fatica a uscire. Bisognerebbe incentivare un lavoro di questo tipo e poi dare a questi infermieri una priorità in uscita. Non c’è gestione del personale da parte della Ausl e si perdono risorse importanti, i giovani se ne stanno andando”. In carcere attualmente, secondo dati forniti ai sindacati dall’azienda qualche settimana fa, “lavorano 26 infermieri, un coordinatore infermieristico, 5 Oss, 4 tecnici della riabilitazione psichiatrica e un educatore”, spiega il Nursind. Ma non bastano, secondo gli addetti ai lavori. Mara Fuzzi, 54 anni, 34 di lavoro alle spalle di cui quattro alla Dozza dal 2020 al 2024, è una dirigente del Nursind che la situazione del carcere la conosce bene. “Il carcere -racconta Fuzzi - è un luogo si per sé particolare, si vede il cielo con le sbarre per tutto il turno, si vive reclusi e con un carico di lavoro intenso. Non si viene quasi mai accontentati sui turni, che spesso sono in carenza di personale, e la conciliazione con la vita privata è pressoché impossibile”. Fuzzi ha chiesto di uscire dopo quattro anni di lavoro e l’anno scorso è stata accontentata: “Un miracolo, non succede mai”, dice lei. Che spiega: “Quello del carcere è un lavoro stimolante, ma ci si usura molto anche a livello emotivo, si va in burnout. Servirebbe un supporto psicologico”. Una situazione nota anche all’Ordine degli infermieri di Bologna: “Tra tutti gli avamposti - dice il presidente Pietro Giurdanella - quello del carcere è tra i più a rischio. C’è una carenza di 3-4 unità, perché nessuno è incentivato ad andare. Bisognerebbe sedersi a un tavolo con la Ausl e provare ad affrontare i problemi in modo strutturale. Cosa mettiamo in campo per incentivare gli infermieri a restare o ad andare a lavorare in luoghi sensibili come il carcere che portano a un logoramento maggiore?”.
La Ausl di Bologna, attraverso Stefania Dal Rio, direttrice assistenziale, si dice disponibile al confronto. “La grave carenza di personale infermieristico - spiega Dal Rio - influenza anche l’ambito del carcere. Nel 2024 non c ‘è stata alcuna richiesta di mobilità, mentre quest’anno ci sono state due domande per lavorare alla Dozza che ci consentiranno di valutare le mobilità in uscita”. Per Dal Rio “in questo momento in carcere non abbiamo particolari carenze, ma siamo certo nel momento delle ferie estive”. In ogni caso la Ausl promette: “Verrà presto proposto agli infermieri - dice Dal Rio - un percorso di benessere organizzativo per affrontare con la massima disponibilità il tema dei turni e le questioni di sovraccarico”. Insomma, conclude Dal Rio: “Il tema è alla nostra attenzione, siamo disponibili al confronto”.











