di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 agosto 2020
La denuncia degli operatori che operano alla Dozza. I percorsi proposti danno la possibilità di percepire 150€ al mese, ma anche di essere assunti in azienda, una volta terminato il tirocinio. Il lavoro è utile per il reinserimento del detenuto nella società, ma sono poche le aziende disposte ad accoglierlo. Ancora tanti pregiudizi, poca sensibilità nell'assumersi questa responsabilità. Abbiamo l'esempio di Bologna tramite l'Asp pubblica per i servizi alla persona, un ente pubblico non economico disciplinato dall'ordinamento regionale.
La Asp progetta e gestisce servizi sociali e socio-sanitari a favore delle persone anziane, minori e famiglie, adulti in difficoltà e immigrati, in ottica di un miglioramento continuo dei servizi ai cittadini e di lavoro di rete. Tale ente collabora anche con gli operatori Cefal, figure che operano all'interno del carcere La Dozza di Bologna per attuare, appunto, percorsi di inclusione lavorativa per i detenuti. L'Asp di Bologna fa sapere che gli operatori Cefal sono coloro che in carcere si occupano principalmente di detenuti, in particolare della loro inclusione lavorativa in alcuni progetti finalizzati ad un reinserimento corretto e graduale nella società.
Si tratta di un percorso per il recluso che può prevedere sia la formazione in aula sia tre mesi di tirocinio, ma che in alcuni casi può prevedere solo il tirocinio. Gli operatori inizialmente incontrano i detenuti e propongono loro determinati percorsi, scelti in base alle capacità e alle attitudini di ciascuna persona. E la particolarità è che i percorsi che vengono proposti non solo garantiscono la possibilità di percepire 150 € al mese (ovvero l'indennità), ma prevedono inoltre la possibilità di essere assunti in azienda, una volta terminato il tirocinio.
"È chiaro che l'azienda non è mai obbligata ad assumere i tirocinanti - spiega l'Asp - ma in passato vi sono stati alcuni casi di successo che hanno trovato possibilità di assunzione dopo il percorso di tirocinio. Mediamente è un processo che si verifica una o due volte su dieci, ma quando ciò accade è naturale che sia un successo".
Ma ci sono difficoltà. Quelle più grandi che gli operatori Cefal riscontrano nel proprio lavoro è il pregiudizio, non solo dei cittadini ma delle aziende con le quali si cerca di collaborare. La Asp di Bologna sottolinea il fatto di come sia difficile trovare aziende disponibili per i tirocini e ad assumersi la responsabilità di inserire nell'organico un ex detenuto.
"Quando gli operatori Cefal cercano un'azienda idonea per l'inserimento di un detenuto - denuncia sempre l'Asp - circa 1 azienda su 30 è disposta a collaborare". Molto spesso se la persona in questione è straniera la difficoltà è maggiore. Ma nonostante tutto c'è un elemento positivo, perché quando gli operatori Cefal individuano un'azienda disponibile vuol dire che all'interno di questa azienda ci sono persone eccezionali: riescono a farsi carico del reinserimento del detenuto nella società con grande accoglienza e disponibilità.










