di Marco Bettazzi
La Repubblica, 14 giugno 2026
Detenuti occupati come operai e casari. Fabbrino: “I prodotti scelti anche per quello che sta dietro”. Fare impresa in Dozza “è una vera e propria officina, con prodotti che poi vanno in giro per il mondo. I ragazzi sono assunti con il contratto metalmeccanico e a tempo indeterminato”. Maurizio Marchesini è conosciuto per essere a capo di un colosso del packaging farmaceutico, Marchesini Group, e anche come vicepresidente di Confindustria. Ma è anche presidente di “Fid - Fare impresa in Dozza”, un’impresa sociale che a Bologna, nella Casa circondariale Rocco D’Amato, detta “Dozza”, appunto, insegna un lavoro ai detenuti e li assume una volta terminata la pena, dopo essere stati affiancati da volontari ed ex lavoratori delle aziende coinvolte.
Se n’è parlato ieri a RepIdee, dove i protagonisti sono stati intervistati da Giovanni Egidio di Repubblica. Nata nel 2010 per volontà di Marchesini e altre aziende come Ima e Coesia, la compagine sociale si è poi allargata più di recente a Faac e a Granarolo, che da inizio anno ha riaperto all’interno del carcere un caseificio che produce caciotte, poi vendute nei supermercati di Coop Alleanza e usata nei ristoranti di Camst.
L’area meccanica dell’azienda ha 16 dipendenti e assembla componenti per le imprese socie, mentre il caseificio insegna la difficile arte del casaro. Un progetto economico e sociale assieme, che abbatte la recidiva dal 70% della media nazionale al 10% appena tra chi è coinvolto. Ad oggi sono 83 i detenuti assunti.
Delle 67 persone uscite 55 hanno completato l’esperienza, 39 sono stabilmente inserite nel mondo del lavoro, 10 hanno deciso di finire la pena in comunità o sono state trasferite in altre carceri, e soltanto 6 hanno commesso di nuovo reati. Il fatturato medio degli ultimi cinque anni si aggira intorno ai 239mila euro. “Il volontariato da solo non basta - segnala Marchesini - serve l’intervento del pubblico, anche perché non si può pensare di buttare la chiave della cella per ogni reato, perché sono persone che tornano nella società, ed è un bene per tutti che riescano a riprendere il filo della loro vita”. “Io spero che le persone imparino a scegliere un prodotto non solo per quel che c’è dentro, ma anche quel che ci sta dietro”, dice Stanislao Fabbrino, presidente di Granarolo.










