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di Frank Cimini


Il Riformista, 26 maggio 2020

 

L'accusa è di associazione sovversiva finalizzata ad atti di terrorismo. Ma l'unico atto è quello di aver protestato contro il sovraffollamento negli istituti di pena. Va ricordato che erano stati gli stessi inquirenti nella conferenza stampa relativa all'operazione a sostenere che gli arresti facevano parte di una strategia di tipo preventivo al fine di evitare episodi di violenza nelle manifestazioni di piazza causate dalla crisi economica legata alla vicenda del coronavirus.

Insomma il problema appare essenzialmente politico dal momento che secondo la difesa sarebbero labili gli indizi anche in relazione all'episodio del danneggiamento di due antenne a dicembre del 2018. Non ci sarebbero collegamenti dimostrati tra la frase vergata sul muro ritenuta una sorta di rivendicazione e il fatto che pochi giorni dopo alcuni degli indagati venivano colti a realizzare la scritta "no alla sorveglianza". Le informative utilizzate per emettere l'ordinanza di arresto fanno più volte riferimento a manifestazioni in solidarietà con i detenuti e con gli immigrati trattenuti nei Cpr, con scoppi di petardi utilizzati per far sentire la presenza delle proteste all'interno delle strutture.

L'avvocato Ettore Grenci cita la sentenza della Cassazione cui si ricorda che la semplice idea eversiva non accompagnata da propositi attuali e concreti di violenza non vale a realizzare il reato "ricevendo tutela proprio dall'assetto costituzionale dello Stato che essa mira a travolgere".

La posizione della procura di Bologna fatta propria dal gip in riferimento agli arresti tende a prospettare il terrorismo come una sorta di reato di pericolo. Non è la prima volta che accade. Ci aveva già provato la procura di Torino con la storia del compressore bruciacchiato in occasione di un assalto al cantiere di Chiomonte dell'alta velocità.

La vicenda aveva portato a detenzioni in regime di alta sorveglianza e a durissime polemiche. Alla fine però il cosiddetto teorema Caselli veniva bocciato per ben tre volte dalla Cassazione nonostante il tentativo della procura di trasformare quel marchingegno danneggiato dalle bottiglie molotov in una sorta di caso Moro del terzo millennio.