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di Giulia Carbone

Quindici, 7 maggio 2026

Il reinserimento sociale dei detenuti passa da attività formative e culturali. Le risse tra detenuti, l’autolesionismo, le molestie al personale carcerario, il senso di abbandono, le precarie condizioni igieniche e le “visite vuote” di politici e dirigenti ministeriali. Ma anche l’importanza della scuola, del lavoro, seppur dietro le sbarre, e della formazione: una nuova biblioteca, un progetto teatrale e una scuola di barberia. È lo spaccato dell’istituto minorile “Pietro Siciliani” di Bologna (conosciuto dai più come carcere del Pratello) e, in un certo senso, di tutti gli istituti penali minorili italiani. Perché sono simili le storie e le condizioni in cui vivono i giovani detenuti: minori italiani, italiani di seconda generazione e minori stranieri non accompagnati, accomunati tra loro da vicende di violenza domestiche, di abbandoni e vagabondaggi, di spaccio, bullismo e aggressioni dentro e fuori dall’istituto. Ad oggi sono 48 i ragazzi presenti all’interno del Pratello, a fronte di una capienza massima di 44 posti: un dato che segnala una situazione in linea con il recente passato. Solo nel 2025, per esempio, si registravano presenze ben oltre i limiti regolamentari, fino a 49 o addirittura sopra le 50 unità, con ripercussioni sull’organizzazione interna e sui percorsi educativi.

Una criticità più volte denunciata negli ultimi anni e considerata uno dei nodi strutturali del sistema, che oggi sembra invece, almeno nei numeri, essersi attenuata. Le pene che i ragazzi stanno scontando all’interno dell’istituto sono principalmente “legate al traffico di sostanze stupefacenti o a rapine - racconta il direttore Lorenzo Roccaro - Abbiamo ragazzi purtroppo con reati molto gravi, con lunghe condanne, e ragazzi che accumulano più reati dello stesso tipo e quindi rimangono nell’istituto da sei mesi a un anno”. Roccaro è ritornato a svolgere il ruolo di direttore la scorsa estate sostituendo Alfonso Paggiarino che ha lasciato l’incarico per la pensione. Alle sue spalle un lungo percorso come educatore e una carriera da allenatore di basket ma anche un’inchiesta giudiziaria su abusi e aggressioni ai danni di minori reclusi. L’inchiesta, che aveva portato a un allontanamento di Roccaro e del direttore del Centro giustizia minorile Giuseppe Centomani, è finita in prescrizione. Il carcere è stato successivamente anche scenario di uno spiacevole evento legato alla sicurezza della polizia penitenziaria, un altro nodo critico del sistema carcerario. Lo scorso gennaio, un’agente è stata molestata da un detenuto che si sarebbe abbassato i pantaloni. Francesco Campobasso, segretario del Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria (Sappe) ha espresso solidarietà alla collega e ha aggiunto: “L’episodio non è isolato nel nostro settore e pone un enorme problema sulla tutela delle donne in divisa, in particolare di chi lavora in carcere, spesso a contatto anche con detenuti uomini. Chiediamo che vengano attivati i necessari percorsi di sostegno psicologico”.

Antonio Ianniello, garante dei detenuti di Bologna, aveva inoltre richiamato l’attenzione sulla “fase transitoria quanto delicata” attraversata dall’Istituto, segnata da sua significativa carenza di organico. Al momento dei fatti, venti operatori penitenziari risultavano assenti per malattia. Una condizione che ha inciso anche sulla continuità delle attività educative, molte delle quali sono rimaste sospese per mesi, per poi riprendere solo alla fine del 2025. È in questo contesto che si inserisce il sistema scolastico interno, uno dei principali strumenti di intervento dell’istituto. Le insegnanti del Centro provinciale per l’istruzione degli adulti (Cpia), in collaborazione all’istituto Scappi di Castel San Pietro Terme, garantiscono l’alfabetizzazione, le scuole medie e percorsi superiori. Le classi, dato il numero esiguo di studenti e la scarsità di spazi, non sono divise per ordine e grado ma sono organizzate in forma unitaria. Il materiale didattico, fornito in gran parte dallo Scappi, comprende libri e quaderni; sono inoltre presenti una lavagna, una Lim e alcuni computer, mentre il resto arriva spesso da donazioni spontanee. “Ogni quattro mesi - spiega Donatella Fabbroni coordinatrice della didattica - c’è un incontro per capire l’andamento dei ragazzi. Molti di loro hanno abbandonato la scuola tanti anni fa e molti partono da un’alfabetizzazione di base perché non conoscono che i rudimenti della lingua italiana”.

Per migliorare la funzione della didattica si è da poco inaugurato il progetto di Librerie Coop “Letti in flagranza”. Si tratta di una nuova biblioteca che verrà aperta all’interno dell’istituto con una capienza iniziale di 500 libri. La selezione dei titoli è il risultato di un lavoro condiviso di educatori, docenti e bibliotecari. Per implementare il numero di volumi, i cittadini potranno recarsi fino a oggi (Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore) in una delle cinque “Librerie.coop” di Bologna e acquistare uno dei titoli selezionati. Gli stessi ragazzi si sono occupati di realizzare le scaffalature a compimento di un laboratorio di falegnameria che hanno seguito all’interno dell’istituto. “Letti in flagranza” non è, però, un caso isolato: numerosi sono gli enti che lavorano per dare opportunità sportive e didattiche ai giovani detenuti. Uisp (Unione italiana sport per tutti) gestisce la piccola palestra all’interno dell’istituto mentre il Fomal (Fondazione Opera Madonna del Lavoro) permette ai ragazzi di prendere la qualifica di cameriere o barbiere. Altro ente coinvolto è l’Iple (istituto Professionale di Lavorazione Edili) che si occupa del laboratorio di scenotecnica e scrittura. Tali realtà sono spesso condotte in collaborazione con esperti esterni, come per esempio Irene Ferrari (scenografia) e Gazmend LIanaj (allestimento e scenotecnica), e con il coinvolgimento di realtà cittadine come il Teatro del Pratello.

Il progetto teatrale, nato nel 1997 grazie alla legge Turco, è sicuramente tra le esperienze formative più longeve non solo del Pratello ma di tutta Italia insieme a realtà come il “Beccaria” di Milano e il “Nicola Fornelli” di Bari. È gestito da sempre dal regista e drammaturgo Paolo Billi: “Al centro metto sempre un lavoro maieutico e non imitativo”, dice. “Per me il teatro è un’arte che permette di far emergere uno spirito interno”. Dalla sua nascita il progetto sembra essersi ridimensionato: “Fino a dieci anni fa mettevamo in scena uno spettacolo ogni anno con quindici repliche che portavano all’interno dell’istituto circa 1.500 persone. Tutto questo, ad oggi, non esiste più. Come accade spesso le esperienze anche fortemente innovative si concludono”. A incidere in modo determinante sul percorso del laboratorio teatrale sono stati soprattutto i limiti strutturali dell’istituto, che nel tempo ne hanno condizionato continuità e sviluppo. Da oltre due anni l’Ipm è interessato da importanti lavori di ristrutturazione, ma le criticità risalgono a molto prima: all’interno della struttura esisteva infatti un teatro, chiuso da quasi vent’anni proprio per interventi edilizi mai conclusi. Per ovviare alla mancanza di uno spazio dedicato, le attività erano state trasferite nella chiesa dell’istituto, dove Billi aveva continuato a portare avanti il progetto. Anche questa soluzione, tuttavia, si è rivelata temporanea: due anni fa la chiesa è stata a sua volta chiusa, lasciando il laboratorio senza un luogo stabile. Da allora l’unica possibilità è stata quella di spostarsi all’esterno, riducendo le rappresentazioni a un unico appuntamento estivo.

Una contrazione che ha inciso anche sul lavoro preparatorio: le scenografie, un tempo costruite dai ragazzi nel corso di mesi di attività, sono oggi ridotte al minimo, “perché mancano gli spazi per poterle realizzare”, spiega il regista. Puntare alla cultura come elemento di reinserimento è anche quanto si è proposto don Domenico Cambarari, cappellano dell’Ipm Pietro Siciliani da ormai sei anni. Ne ha parlato nel suo libro “Ti sogno fuori. Lettere di un prete di galera” edito da San Paolo. “Io sento di dover rappresentare una speranza incrollabile in questi ragazzi, nel loro futuro e nella loro vita. Sono condannati alla speranza: una bella pena da scontare” ha raccontato in una delle interviste per la promozione del libro. Il testo offre uno scorcio straordinario dal punto di vista educativo ed è anche un affresco del mondo degli Ipm: realtà sconosciute ai più, e relegate a una sorta di irrilevanza sociale. Cambareri si è mostrato molto attento anche all’aspetto interreligioso nonostante l’allontanamento dalle fedi tradizionali delle nuove generazioni, in linea secondo il cappellano con il secolarismo del nostro secolo: “Noto un avvicinamento maggiore da parte di questi ragazzi che stanno vivendo un’esperienza difficile. Pertanto, mi sto impegnando affinché tutti abbiano una figura religiosa con cui confrontarsi. Stiamo lavorando per istituire un iman stabile per i ragazzi di fede islamica. Noi ci occupiamo di tutti i ragazzi a prescindere dal loro credo, ma riconosco anche il bisogno di vedere la propria fede rappresentata”.

Il nodo, però, resta quello che si trova oltre il cancello. Uscire dall’Ipm non significa automaticamente lasciarsi alle spalle le condizioni che hanno portato all’ingresso: famiglie fragili, assenza di reti sociali, marginalità economica. È qui che si misura davvero l’efficacia del sistema. Il quadro normativo italiano, almeno sulla carta, offre strumenti significativi. Il processo penale minorile, regolato dal D.P.R. 448 del 1988, pone al centro la funzione educativa della pena e privilegia misure alternative alla detenzione. A questo si affiancano istituti come la “messa alla prova” e percorsi di giustizia riparativa, che puntano al reinserimento più che alla punizione. Anche durante e dopo la detenzione, l’ordinamento prevede misure di accompagnamento, formazione e inserimento lavorativo, in collaborazione con enti territoriali e terzo settore. Ma tra norma e realtà il divario resta profondo. La possibilità di trasformare le competenze acquisite dentro - un mestiere, un percorso scolastico, un’esperienza teatrale - in un futuro concreto fuori dipende spesso dalla continuità dei progetti e dalla presenza di qualcuno disposto a investire su questi ragazzi. Senza un ponte solido tra il “dentro” e il “fuori”, il rischio è che tutto ciò che è stato costruito si interrompa bruscamente. Sostiene Billi: “Chi finisce qui dentro proviene il più delle volte da situazioni di indigenza culturale, il teatro non dà certo loro da mangiare ma offre loro qualcosa di inconsistente: una passione abbastanza grande da permettergli di riposizionarsi, riconoscersi per poi poter andare avanti. I numeri non sono dalla nostra parte, spesso questi ragazzi finiscono nuovamente nel circuito della giustizia e questo ci porta a porre una domanda: tutto il grande investimento che si fa in luoghi come il Pratello dove va a finire?”.