di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 22 febbraio 2025
È una piccola storia, di quelle che non escono sui giornali, o vengono relegate in un trafiletto. Eppure vale la pena raccontarla, perché la realtà delle carceri somiglia più a questa vicenda che non alle polemiche sull’ultima battuta del ministro o sulla penultima dichiarazione dell’onorevole. Siamo a Bologna, nella casa circondariale Dozza. Un carcere che ha 500 posti di capienza regolamentare e 853 detenuti. Sovraffollamento grave, dunque. Eppure proprio qui il ministero della Giustizia - tramite il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - ha in programma di installare una sezione speciale per giovani detenuti “difficili”. La motivazione ufficiale è quella del sovraffollamento degli Istituti minorili (Ipm): ci sono in tutta Italia 610 minori detenuti su 500 posti regolamentari. Sovraffollamento grave anche qui, quindi.
Proviamo a capire. C’è il Dipartimento per la giustizia minorile, che gestisce gli istituti per minori. Il suo capo, Antonio Sangermano, chiede aiuto al Dap, che deve far fronte a un enorme sovraffollamento dei suoi istituti - e gli dice, più o meno: “Houston, abbiamo un problema, non sappiamo più dove mettere i nostri ragazzi, ci date una mano?”. Il Dap - che peraltro da mesi non ha scandalosamente il suo capo (si legga Nello Trocchia) - ci pensa un po’, poi risponde così: “Perché non li mandiamo a Bologna, alla Dozza? Prendiamo una sessantina di ragazzi di varie regioni, di quelli più problematici, e facciamo una sezioncina speciale”.
Quali ragazzi? Saranno non propriamente minori, ma quelle persone che hanno commesso reati da minorenni e che sono diventate maggiorenni in carcere: normalmente fino a 25 anni possono restare negli istituti per minori (è una scelta del magistrato di sorveglianza, per evitare che entrino subito in contatto con delinquenti incalliti e anziani). Ma negli Ipm non c’è più posto, si scoppia. A Torino dormono per terra, al Beccaria succede di tutto. E quindi ne mandiamo un po’ in un’enclave della Dozza. Già, ma chi selezioniamo? Ai sindacati è stato detto che saranno mandati soprattutto stranieri non accompagnati e che non partecipano ad attività trattamentali. Non si dice apertamente, ma si tratta di giovani violenti, casi particolarmente difficili. Alla Dozza, a quanto pare, prenderanno il posto dei detenuti del Penale, che a loro volta andranno in quello dell’Alta Sicurezza, ovvero dove ci sono i responsabili di reati gravi e associativi. Dove andranno questi? Saranno trasferiti in altri istituti, già sovraffollati di loro. È un po’ il gioco della coperta corta: la tiri da una parte, ti scopri dall’altra.
A Bologna, tra l’altro, nessuno sapeva nulla. La giunta comunale era all’oscuro, la Regione anche e fino a tre giorni fa, quando la decisione era già presa da mesi, neanche il servizio sanitario territoriale ne sapeva qualcosa. Roma, dunque, prende 50 detenuti difficili da tutta Italia e li concentra a Bologna, nel cuore dell’Emilia rossa. Perché proprio lì? Non si sa. Quello che è certo è che in Emilia-Romagna ci sono 10 istituti penitenziari, tutti enormemente sovraffollati, e che anche per questo gli avvocati bolognesi sono in sciopero da tempo (immaginiamo che tra questi non ci sia Galeazzo Bignami, avvocato autosospesosi da quando è diventato capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera).
Dall’interno, alcuni volontari ci aggiungono alcuni particolari. Alla Dozza c’era qualcosa di cui andare fieri: il Polo universitario penitenziario, istituito nel 2015 grazie al protocollo d’intesa con l’Alma Mater di Bologna. Un bel progetto che ha consentito a molti detenuti di studiare e laurearsi nelle facoltà che non prevedono frequenza obbligatoria e di dare un senso a tutto quel tempo, per non uscire come e peggio di prima e tornare a delinquere. C’era un braccio, al primo piano del carcere, l’1 D, dedicato a queste attività. C’erano computer, schermi per fare lezioni ed esami in conferenza, libri, postazioni. Da qualche mese, i pc sono per terra, i televisori accatastati, le lavagne rotte, le scrivanie rimosse, la libreria smontata. Che è successo? La parola magica è sempre quella: sovraffollamento.
Il Garante delle persone private della libertà di Bologna, Antonio Ianniello, conferma: “Era uno spazio condiviso con i detenuti che giocavano a rugby. Poi ci sono stati problemi e soprattutto c’è stata la necessità di collocare nuovi giunti. Quando morde il sovraffollamento c’è poco da fare”. È un processo noto: arrivano nuovi reclusi e spariscono i luoghi per il trattamento. Per il principio della non compenetrazione dei corpi, lo spazio viene a mancare.
Ma questa enclave minorile (i detenuti non sono minori, ma sarà comunque una sezione separata e gestita dal Dipartimento dei minori), non sarà un ghetto? Una sorta di Alta sicurezza per giovani stranieri difficili? Un luogo dove rischiano di entrare in contatto con delinquenti incalliti e di restare lontani da qualunque tipo di attività? “Il rischio c’è - dice Ianniello - anche se il Dipartimento ci ha assicurato che faranno in modo di creare attività. La preoccupazione è molto alta, anche se ci è stato garantito che si tratta di una sistemazione provvisoria”. Come dicevano in tanti (tra gli altri Flajano e Prezzolini) e come sappiamo tutti, in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio. “Questo è vero, ma ci hanno detto che nei prossimi mesi saranno acquisiti degli spazi per 90 posti negli istituti di Lecce, Aquila e Rovigo”.
Basteranno? La domanda non è retorica, perché panpenalismo e faccia feroce stanno facendo scoppiare i numeri. Ce ne dice uno importante Ianniello: “Ad agosto 2023, prima del decreto Caivano, c’erano 436 minori detenuti negli Ipm. Dieci giorni fa erano 610. Dunque in poco più di un anno c’è stato un aumento del 30 per cento. Numeri così importanti la giustizia minorile non ne aveva mai conosciuti. Il decreto Caivano ha allargato la possibilità di custodia cautelare per i minori. Non sarà l’unica causa dell’aumento dei minori in carcere, ma certo ha influito molto”.
La tendenza è quella, non solo per i minori. In un anno le carceri per adulti hanno visto crescere di più di duemila persone i detenuti. Siamo a 62 mila. Quando la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, ci ha condannati, eravamo a 67 mila. Manca poco”. Cosa si sta facendo? Niente, a quanto risulta. Se non cercare disperatamente nuovi spazi, che non basteranno se i trend di crescita restano questi. Tutte le proposte possibili - ampliare le misure alternative, concedere una liberazione anticipata speciale, dare un’amnistia o un indulto, ridurre l’impatto della custodia cautelare, spostare tossicodipendenti e persone con problemi psichiatrici in strutture protette - non vengono neanche prese in considerazione o non vengono attuate.
I suicidi, intanto aumentano. Sembra una frase fatta, ma è la realtà dei numeri. Nel 2024 c’è stato il record, con 89 persone che si sono impiccate o asfissiate con il gas. Quest’anno siamo a 14. Con questo tasso, si supereranno i 100.











