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Corriere di Bologna, 20 ottobre 2019


Partita speciale della squadra della Dozza con l'azzurro: contro i cinghiali del Setta. I "Gialli" del carcere della Dozza parteciperanno al campionato ufficiale federale di rugby. "La palla ovale rimbalza in modo strano. Quando succede si deve correre per recuperare", è il messaggio di Bergamasco, ex capitano dell'Italrugby, recapitato ieri di persona ai detenuti dell'istituto bolognese.

Nel rugby si vince solo avanzando tutti insieme. Alle spalle tutta la squadra e davanti la meta. "Ma la palla ovale rimbalza in modo strano. Ci sono rimbalzi falsi nel rugby come nella vita e quando succede devi correre per recuperare". A dirlo è Mauro Bergamasco, allenatore d'eccezione dei Giallo Dozza, la squadra dei detenuti del carcere iscritta al campionato ufficiale della Federazione Italiana di rugby, in C2. Ieri doveva giocarsi la prima di campionato ma complice il ritiro della squadra ospite, alla Dozza, l'ex capitano della Nazionale, ha guidato i Giallo per la partita amichevole contro i Cinghiali della Setta, dominati 28 a 5.

L'avventura rugbistica della Dozza inizia nel 2014, quando Francesco Paolini, presidente del Bologna rugby, propone di creare una costola della società bolognese all'interno del carcere. L'ispirazione arriva da Pietro Buffa, a quel tempo direttore del carcere di Torino, dove aveva visto la luce la squadra La Drola, nel 2011.

I Giallo stanno per iniziare il loro sesto campionato, hanno disputato 83 incontri riuscendo a raggiungere il terzo posto lo scorso anno. "Loro sono avvantaggiati, giocano sempre in casa", scherza Matteo Carassiti, socio di Illumia, sponsor della squadra. Ma i risultati più importanti arrivano grazie al valore delle relazioni umane: il tasso di recidiva dei 200 detenuti coinvolti nel progetto dal 2013, con pene dai 4 anni all'ergastolo, è pari allo 0,5%.

Ogni anno la squadra cambia. Arrivano sempre volti nuovi: moldavi, romeni e soprattutto albanesi. Ma ci sono anche i veterani. "È un cartellino giallo che ci ha portato qui ma vogliamo scontare questa ammonizione e tornare in campo". Fabrizio è il mediano di mischia dei "gialli", il ruolo più importante perché crea il gioco, il collegamento verso la meta. "Questo è il mio ultimo anno, ho 42 anni il limite d'età per la federazione. Chiederò di continuare come allenatore o vice. Voglio proseguire per i ragazzi più giovani, mi piace spronarli a dare il meglio". Fabrizio resterà alla Dozza ancora per un po', ha già trascorso dieci anni dietro le sbarre ma ha un ergastolo da scontare. "Non posso più tornare indietro, ho sbagliato. Ma guardo al futuro, quando esco di qui voglio una famiglia".

Giocando in squadra ha imparato a conoscere i suoi compagni: "Il ricordo più bello? All'inizio non ci conoscevamo, le nazionalità erano diverse e tante. Pensare di fare un ruck (ndr mischia a 15) tutti insieme mi sembrava impossibile. E invece è successo. Se si può fare nel rugby si può fare anche fuori".

Per il capitano della squadra, Andy "crescere insieme in un gruppo è la cosa più importante in carcere perché ci si sente molto soli". Come il resto della squadra, Andy, 32enne albanese, non aveva mai giocato a rugby: "Mi piace tutto di questo sport: il sostegno, l'aiuto del prossimo. Dare la mano all'avversario a fine partita è la cosa più bella. Non vale il muro contro muro, si fa pace e basta".

Stefano Cavallini, il presidente, osserva i ragazzi a bordo campo: "Li ho visti cambiare tanto all'inizio erano uno contro tutti, adesso sono una squadra". Alla Dozza, il carcere non è solo sorveglianza e punizione.