di Micaela Romagnoli
Corriere di Bologna, 25 maggio 2025
Domenico Cambareri è il parroco dell’istituto minorile. “Mi sono accorto che il mio sguardo si era abituato alla bruttura”. La denuncia dell’associazione An ti g on esull ostato di abbandono dell’Istituto penale minorile di Bologna ha scosso anche il “prete di galera”, don Domenico Cambareri, parroco a San Giovanni Battista di Trebbo di Reno e da cinque anni cappellano al Pratello. “Ragazzini che vivono in mezzo alla spazzatura”, si legge nella descrizione di Susanna Marietti, presidente di Antigone. “Mi sono accorto che il mio sguardo si era abituato alla bruttura”.
La denuncia dei giorni scorsi dell’associazione Antigone sullo stato di abbandono dell’Istituto penale minorile di Bologna ha scosso anche il “prete di galera”, don Domenico Cambareri, parroco a San Giovanni Battista di Trebbo di Reno e da cinque anni cappellano al Pratello. “Ragazzini che vivono in mezzo alla spazzatura”, si legge nella descrizione di Susanna Marietti, presidente di Antigone.
È proprio così?
“Sì. Lei ha il polso di tanti istituti minorili in Italia. Il nostro ha raggiunto una trasandatezza ormai strutturale. Per impulso del Dipartimento l’altro giorno è venuta un’agenzia di pulizie a fare una bonifica straordinaria di tutti gli ambienti”.
Come è possibile ridursi così?
“Mi spiace molto perché io lavoro lì dentro, quindi mi sento anche responsabile, non mi tiro fuori. Ma vorrei si evitasse la ricerca del capro espiatorio immediato negli operatori che si barcamenano senza risorse, con tanto detenuti in più e casi clinici, psichiatrici difficili da gestire”.
Le cause?
“Quella più diretta è l’aumento dei ragazzi senza avere previsto il potenziamento del personale e delle proposte educative, inclusa l’educazione alla cura degli spazi. Gli operatori hanno tantissimo tempo occupato in burocrazia e poco ne resta per la dimensione educativa. Oggi al Pratello ci sono 45 ragazzi, qualche settimana fa erano addirittura 60. Cinque anni fa erano 20. La situazione è molto cambiata. La radice è in uno Stato che ha deciso: li arrestiamo e li chiudiamo. Poi c’è anche una causa ideologica”.
Ci spieghi…
“Le sento alcune persone commentare: “È una galera, che stiano nella loro merda”. Invito a immaginare i nostri figli in quelle situazioni disumane. Siamo di fronte a un cinismo sociale adulto che se la prende con questi ragazzi. Molti al Pratello sono minori stranieri non accompagnati, la comunità più abbandonata dall’Occidente”.
Passano gran parte del tempo in cella?
“Sì, nell’attesa di fare qualche attività. Credo che si debba investire tantissimo nell’ingresso dei volontari, fare in modo che la città abbia voglia di mettersi accanto a questi ragazzi. Inoltre, si dovrebbero favorire attività professionali serie, che occupino tutti i ragazzi e non soltanto una piccola parte. Perché il tema lì è il non fare nulla”.
E la scuola è presente?
“Sì, ma meno della metà la frequenta”.
Perché?
“Intanto dipende dalla volontà del ragazzo. E se gli educatori sono alle prese con troppe incombenze burocratiche, non riescono a prendere da parte ciascun ragazzo, ascoltarlo, mediare, convincerlo a studiare. Ricordiamoci che sono adolescenti e non è che la scuola sia in cima ai loro pensieri; per di più sono adolescenti con enormi problematiche affettive, segnati da storie di abbandono”.
In un contesto così recuperarli è ancora più difficile…
“Esatto. Noi come società di adulti (perché il carcere ci riguarda tutti) abbiamo contribuito a costruire un luogo orrendo, che sta dicendo ai ragazzi “voi meritate questo, voi siete questo e quando uscirete sarete sempre quello squallore”. Si deve ritrovare lo slancio, la fatica di educare i ragazzi”.
Ogni giorno quando entra al Pratello qual è la sua missione?
“Mi dedico al dialogo, perché hanno un’enorme voglia e bisogno di essere ascoltati e di parlare. Quando esco da lì, se mi hanno raccontato di loro, se si sono sfogati, anche tranquillizzati, sento di aver svolto parte della mia missione. E di aver creato un canale che può avere possibilità future; cerco sempre di sognarli fuori”.
Non perde la speranza?
“Per me la speranza è nei ragazzi stessi; devo ancora incontrare i mostri che ci vogliono far credere esistano”.
Chiedono perdono?
“È un processo lungo e complesso. La prima fase è ancora un sentimento egoistico. Poi percepiscono di aver fatto del male alla loro famiglia, alle madri in particolare, perché i padri nelle loro storie non ci sono, pochi, assenti, scappano. Alla fine, arriva il pensiero alla vittima”.
Cosa pensa della sezione minorile trasferita alla Dozza?
“L’auspicio è che chiuda presto. Un carcere pensato per gli adulti non può essere il posto adatto ai minori. Mi auguro che gli investimenti sull’edilizia carceraria possano essere usati invece per comunità aperte, serie, e molto esigenti. Questo non significa giustificare i ragazzi, la prima vera punizione è l’educazione”.











