di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 21 giugno 2019
I sindacati della Polizia penitenziaria: "Ogni due giorni un atto di autolesionismo. In questa struttura per 500 detenuti ce ne sono 850. Con rischi per tutti. Il Garante: "C'è una grave carenza di operatori e educatori. E serve più cura per gli ospiti sotto processo".
Una rissa tra detenuti ogni due giorni, un atto di autolesionismo ogni trentasei ore. E ancora ventiquattro tentati suicidi (di cui uno riuscito) in dodici mesi. Periodo nel quale si sono registrati anche una ventina di aggressioni ai danni di agenti della Penitenziaria. Benvenuti alla Dozza, il carcere per 500 detenuti che oggi ne contiene oltre 850, in condizioni, secondo i sindacati, "rischiose sia per il personale che per gli ospiti".
Numeri preoccupanti che non riguardano la sola struttura di Bologna, ma che anche nella città delle Torri peggiorano di giorno in giorno. Secondo i dati in possesso del sindacato degli agenti penitenziari Sappe, nel corso del 2018 le colluttazioni tra carcerati sono state 195 a fronte delle 147 dell'anno precedente, mentre calano leggermente gli atti di autolesionismo, passati da 287 a 256.
Costanti i tentativi di suicidio (23 sia nel 2017 che nel 2018) con il dramma di un detenuto che nel 2018 è riuscito a togliersi la vita, mentre l'anno prima la Penitenziaria era riuscita a sventare tutti i tentativi. Numeri a cui va però aggiunto l'incremento di aggressioni nei confronti del personale da persone probabilmente esasperate dalle difficili condizioni di vita all'interno dell'istituto bolognese. Se si guarda ai numeri nazionali si nota l'incremento di tutte le tipologie di episodi violenti in carcere. Solo per fare un esempio, tra il 2017 e il 2018 sono cresciuti i suicidi (61 sui 48 dell'anno prima), come anche i tentativi di togliersi la vita, arrivati ormai a 1.200. L'esasperazione si coglie anche dai numeri sulle risse, 7.784, 350 in più che nel 2017.
Volano oltre i 10 mila gli atti di autolesionismo. Dati che secondo i primi riscontri non migliorano nel 2019. Secondo Giovanni Battista Durante, segretario del Sappe, i numeri sono legati "a diverse variabili: le attività lavorative, la presenza di figure professionali di sostegno, la tipologia di detenuti e l'organizzazione dell'istituto". Ed è qui che conta il personale.
Per Antonio Ianniello, garante dei detenuti di Bologna, a livello locale esiste "una grave ed eclatante carenza di educatori ed operatori, acuitasi nell'ultimissimo periodo". Ianniello, pensando al caso del suicidio di Stefano Monti, è convinto che serva "una cura particolare nel presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale.
Tra queste rientrano i detenuti con un processo in corso con ipotesi di reati gravi: a loro è necessario prestare particolare attenzione nei giorni prima delle udienze e della condanna, e in quelli immediatamente successivi". Preoccupato Giuseppe Merola, segretario del Sinappe (altra sigla sindacale del settore), che riflette su Monti: "Di fronte a casi come questo viene da chiedersi come scorre la vita in carcere, se alcuni detenuti abbiano bisogno di maggiore supporto".
E aggiunge: "Esistono percorsi dedicati e assistenza psicologica, ma da tempo denunciamo il sovraffollamento. Ripetiamo, c'è una situazione di malessere generale, che incide sia sulla popolazione detenuta, sia sugli operatori di polizia penitenziaria".
Particolarmente critica la situazioni del secondo piano giudiziario della Dozza (dove ci sono i detenuti in attesa di giudizio) e dell'infermeria che, dice Merola, "versa in uno stato emergenziale. Vi sono alloggiati detenuti che non necessitano di cure, perché non ci sono posti nei reparti detentivi". Sulla stessa lunghezza d'onda anche Salvatore Bianco della FP-Cgil: "Siamo stufi di ripetere sempre le solite cose: sovraffollamento e carenza di personale".
Nessuno può dire se con più guardie e operatori Stefano Monti sarebbe ancora in vita, ma tutti sono concordi nell'affermare che in una situazione di sovraffollamento, che si aggiunge alla già difficile condizione carceraria, la sofferenza dei detenuti aumenta in maniera esponenziale. Sofferenza che nelle persone più fragili si traduce in gesti estremi.










