di Maurizio Bianchi
bandieragialla.it, 26 novembre 2019
In carcere, le diseguaglianze sociali assumono un significato particolare. Nel carcere di Bologna i più fortunati, circa il 15% della popolazione presente, hanno l'opportunità di lavorare, fissi o a rotazione, e quindi possono permettersi un reddito per soddisfare i propri bisogni, aggiungendo risorse proprie a ciò che passa l'amministrazione penitenziaria per la minima sopravvivenza. Fra l'altro la situazione economica di ognuno di noi non è protetta da privacy, dal momento che ogni detenuto può guardare, attraverso il modello 100, lo stato del conto corrente di tutti i compagni di sezione.
La questione del lavoro, quindi, nella vita detentiva è centrale in relazione alla disuguaglianza; molti detenuti, soprattutto stranieri, per ottenere un'occupazione lavorativa, arrivano addirittura a compiere atti di autolesionismo pur di ottenere una mansione lavorativa retribuita.
Diverse volte abbiamo visto che ad atti di autolesionismo è seguita l'ammissione al lavoro e per questo viene da pensare che i criteri di ammissione alle attività remunerate non sono poi così certi e che queste azioni vengano commesse strumentalmente per conquistare quel "di più" che consente di vivere la detenzione in modo meno pesante.
I posti di lavoro sono pochi ed alcuni sono, come detto, a rotazione: alcuni sono assunti Mof (Manutenzione Ordinaria Fabbricati), altri alla Fid (l'officina meccanica "fare impresa Dozza"), altri ancora alla lavanderia o in cucina; ci sono poi i lavori di ordinaria amministrazione, in cui vengono impegnati addetti alle pulizie dei vari reparti, alla manutenzione di aree verdi e gli "spesini", che si occupano di raccogliere l'elenco delle spese dei detenuti e distribuire i generi alimentari e non venduti da imprese esterne per il sopravvitto.
Sono proprio gli "spesini" che accedono alle informazioni sui conti correnti e hanno quindi il termometro della ricchezza e della povertà in carcere: ciò che si ha nel conto corrente diventa quindi anche qui un'etichetta, con cui si è ascritti al catalogo dei poveracci o di quelli che, invece, possono permettersi i "lussi" da detenuto abbiente.
Non so se si può sostenere che in carcere vi siano solo poveri, ma una cosa è certa: la povertà non si misura solo con i soldi, perché proprio in un posto come questo ci si rende conto che si può essere poveri e ricchi al tempo stesso. La ricchezza che ogni detenuto conserva nell'anima è la speranza di riuscire a uscire al più presto da questo incubo, ricostruendo la propria vita in modo positivo per sé e per i propri cari.










