di Vittoria Melchioni
Corriere di Bologna, 7 gennaio 2026
Oggetti di design vengono prodotti nei laboratori di sartoria (uno interno e uno esterno) della Dozza da detenute ed ex detenute. Il progetto ha l’obiettivo di insegnare una competenza reale per il mondo del lavoro. Ci sono materiali che sembrano aver esaurito il loro compito: manifesti, banner, teli in pvc che hanno raccontato una mostra e poi, silenziosamente, vengono messi da parte. E ci sono persone che, agli occhi della società, rischiano di subire la stessa sorte. È dall’incontro tra questi due “margini” che nasce Ritagli di Futuro, il progetto che unisce sostenibilità ambientale, lavoro dignitoso e inclusione sociale, trasformando materiali dismessi della Fondazione Mast in accessori di design realizzati da donne detenute ed ex detenute.
Il cuore produttivo dell’iniziativa è Gomito a Gomito, laboratorio sartoriale attivo dal 2010 all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna. A guidarlo oggi è Anna Romani, presidente dal 2023, che racconta il progetto come un cambio di paradigma: “Noi realizziamo prodotti, ma soprattutto lavoriamo su un’idea diversa di merchandising. Non oggetti seriali senza valore, ma strumenti capaci di redistribuire valore sul territorio, generando impatto sociale e ambientale”.
Il progetto è coordinato insieme ad Approdi Aps, realtà impegnata nel sostegno psicologico di persone in situazioni di fragilità, dai migranti alle persone detenute. “L’idea - spiega Romani - è che un’istituzione culturale importante come il Mast possa restituire valore alla città sostenendo realtà più piccole come le nostre, senza produrre nulla di nuovo, ma riutilizzando materiali che hanno già raccontato un pezzo della storia culturale di Bologna”.
All’interno del carcere, Gomito a Gomito ha un’unità produttiva stabile con lavoratrici assunte; all’esterno, un laboratorio accoglie donne in semilibertà o ex detenute. Il percorso non è simbolico, ma profondamente professionale: formazione, tirocinio, assunzione. “Non è “cucire per passare il tempo” - sottolinea Romani - ma restituire dignità al lavoro. L’obiettivo è che il periodo di detenzione non diventi uno stigma o un buco nel curriculum, ma un tempo che serve a imparare una competenza reale, certificata, spendibile nel mondo del lavoro”.
Il nome Ritagli di Futuro racchiude questa visione: ritagli come scarti, ma anche come possibilità. “Da ciò che viene percepito come residuale - le persone in carcere, un manifesto che non serve più - può nascere un futuro accessibile a tutti, anche a chi normalmente viene invisibilizzato”, spiega la presidente.
Le donne coinvolte sono consapevoli di creare pezzi unici, destinati a uscire dal carcere e a essere utilizzati nella vita quotidiana di altri: un gesto concreto che costruisce ponti tra dentro e fuori. Per ora la collezione è un primo esperimento: trousse, pochette e astucci venduti al Mast. Ma l’ambizione è più ampia. “Vorremmo che questo diventasse un modello replicabile - conclude Romani - capace di dimostrare che sostenibilità, cultura e giustizia sociale possono davvero camminare insieme”.










