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di Luca Muleo

Corriere di Bologna, 16 marzo 2022

Fra le accuse anche le lesioni ad alcuni agenti penitenziari. Compariranno davanti al giudice il 18 dicembre 2023 i quaranta detenuti rinviati a giudizio dopo l’udienza preliminare nell’aula bunker del carcere, per aver partecipato il 9 marzo 2020 alla rivolta all’interno della stessa casa circondariale della Dozza. Una sommossa che aveva ricalcato le proteste in diversi istituti carcerari del paese, quando la pandemia stava per esplodere definitivamente anche in Italia e come misura anti contagio erano state sospese le visite dei parenti.

La rabbia dei detenuti era montata fino a esplodere nelle rivolte scoppiate quasi ovunque. Alla “Rocco D’Amato” tutto era nato al piano giudiziario, due giorni di caos e violenza. Due agenti e una ventina di reclusi feriti, durante i disordini uno era morto per overdose di farmaci sottratti nell’infermeria durante la rivolta, il fascicolo era stato archiviato dopo l’autopsia. E poi tentativi di evasione, proteste sul tetto, fuochi accesi e danni milionari alla struttura. In nove hanno scelto riti alternativi, abbreviati e patteggiamenti e andranno davanti al giudice per l’udienza preliminare il 14 luglio. La Procura contesta a vario titolo i reati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento, ricostruendo all’interno del carcere in quelle ore di caos il lancio di diversi oggetti, da sgabelli a sedie e gambe di tavoli contro la polizia penitenziaria. Sono otto le persone indicate come istigatori, quelli che secondo l’accusa incitavano altri portandoli a distruggere le plafoniere al neon in un corridoio al grido di “libertà, ora distruggiamo tutto”.

A due carcerati si addebita la tentata evasione, perché secondo la ricostruzione degli inquirenti avevano cercato di calarsi dal tetto, fermati dagli agenti della polizia penitenziaria nonostante il lancio di oggetti di altri che volevano impedire o comunque rendere più difficoltoso l’intervento dei poliziotti per fermarli.

I rivoltosi avrebbero usato anche materassi, brande, spranghe di ferro e bombolette di gas per impedire ai poliziotti di entrare nelle sezioni detentive, dove cercavano di riportare le persone all’interno delle celle e ristabilire l’ordine nel carcere. Gli imputati sono difesi, tra gli altri, dai legali Giovanni Voltarella, Roberto D’Errico, Donata Malmusi e Lamberto Carraro.