di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 settembre 2025
Nel carcere “Rocco D’Amato” di Bologna le lenzuola dei detenuti non vengono cambiate da circa due mesi. Lo denunciano i sindacati Fp Cgil e Fns Cisl, mentre l’Osservatorio Carcere della Camera penale di Bologna chiede un intervento immediato alle autorità competenti. Dentro ci sono 800 persone ristrette, con la prospettiva di ulteriori ingressi: senza biancheria, con cuscini e materassi contati, il rischio di tensioni è concreto. Fp Cgil parla di una situazione “indecorosa” e fotografa il quotidiano: scorte di lenzuola esaurite, ai nuovi arrivati si distribuiscono le poche di carta rimaste.
In parallelo emergono carenze strutturali e igienico-sanitarie: fili elettrici a vista negli uffici, infiltrazioni d’acqua da anni in alcune camere dell’infermeria al primo piano, mensa delle sezioni femminili ancora chiusa dopo oltre dodici mesi, ascensori guasti con ricadute sulla gestione dei malori. Un quadro che, nelle parole dei delegati Antonino Soletta e Salvatore Bianco, “basta una scintilla per far saltare il sistema”, perché la sicurezza regge solo sul contenimento del personale di Polizia penitenziaria.
La Fns Cisl conferma la notizia della mancata fornitura del cambio biancheria e mette un punto: l’Istituzione ha l’obbligo di garantire il servizio, senza scuse. In un carcere sovraffollato, segnato da povertà diffusa e nervi tesi, togliere la minima igiene significa alimentare conflitti. E non può essere il Corpo di polizia penitenziaria l’unico tampone.
La nota della federazione indica la strada: ammettere le responsabilità, “fare mea culpa” e ripristinare subito le condizioni minime di dignità. Il tema non è solo igienico. Riguarda la platea più fragile: chi non ha nessuno fuori che possa inviare biancheria o beni essenziali. L’Osservatorio Carcere delle Camere penali lo scrive in chiaro nella lettera inviata al Provveditore regionale, alla direttrice del carcere Rosalba Casella, agli assessori regionali alla Sanità e al Welfare, al Presidente del Tribunale di sorveglianza e ai Garanti regionale e comunale: se la denuncia sarà confermata, siamo di fronte a una lesione gravissima dei diritti fondamentali, in rotta con l’articolo 27 della Costituzione che impone umanità della pena. A farne le spese, soprattutto, sono i detenuti senza risorse economiche, molti dei quali stranieri privi di reti familiari.
Sullo sfondo c’è l’ennesimo nodo irrisolto: la crescita della popolazione detenuta. I sindacati avvertono che “nulla si sta programmando” per l’aumento di ingressi. Le Camere penali aggiungono un elemento: quando la sezione oggi destinata ai giovani adulti verrà riportata alla funzione originaria, si rischia un incremento di circa cento posti, con un totale vicino al migliaio in una struttura che regge meno della metà. Una pressione che travolge ogni argine: dal cambio biancheria alla sanità interna, dagli spazi comuni alla sicurezza.
L’elenco delle carenze tecniche non è un dettaglio. Fili elettrici volanti e infiltrazioni d’acqua sono fattori di rischio. Ascensori fuori uso significano ritardi nei soccorsi. La mensa femminile ferma da oltre un anno è una negazione di normalità. Mentre mancano cuscini e materassi, si chiede al personale di “metterci una pezza”, a volte persino immaginando raccolte volontarie per acquistare ciò che spetta all’Amministrazione garantire. È il segno di un arretramento dello Stato proprio dove la legalità dovrebbe avere spalle larghe.
Le richieste sono precise. Fns Cisl chiede un intervento immediato e responsabilità piena dell’Istituzione. Fp Cgil pretende programmazione, forniture regolari, ripristino degli impianti e dei servizi fermi. L’Osservatorio Carcere invoca un’azione urgente del Provveditorato e della direzione, con il coinvolgimento della Regione e dei Garanti, perché la catena delle omissioni si interrompa. L’alternativa è scritta nelle cronache di questi anni: picchi di autolesionismo, proteste improvvise, incidenti evitabili. C’è un punto politico che attraversa i tre comunicati: l’assenza di governance. L’Amministrazione penitenziaria conosce da tempo numeri e criticità, eppure la gestione resta emergenziale. Si naviga a vista tra forniture saltate e lavori mai chiusi. Nel frattempo, il personale si consuma a reggere un equilibrio precario, e i detenuti vivono un surplus di sofferenza che non ha nulla a che fare con la funzione rieducativa della pena.











