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di Andreina Baccaro

Corriere di Bologna, 23 luglio 2024

La Procura aveva incaricato un consulente: la vittima era accusata di tentato omicidio. Si è tolto la vita domenica pomeriggio nella sua cella della Dozza Lullim Musta, 48enne albanese in carcere per tentato omicidio. La Procura ha disposto l’autopsia, ma non c’è alcun dubbio che si sia trattato di un suicidio. L’uomo soffriva di depressione anche se non aveva dato segni di particolare insofferenza, era in attesa di perizia psichiatrica. I sindacati della Penitenziaria denunciano le condizioni di sovraffollamento e annunciano una protesta.

Un altro suicidio in carcere. Il cinquantottesimo detenuto a togliersi la vita dietro le sbarre dall’inizio del 2024 è Lulzim Musta detto Luli, albanese di 48 anni. Domenica pomeriggio, nel pieno di una giornata irrespirabile ancor più per chi è dentro un istituto penitenziario sovraffollato come lo sono tutte le carceri italiane, Musta è stato trovato impiccato nella sua cella della Dozza. L’intervento della polizia penitenziaria non è bastato a salvargli la vita. Aveva atteso che il compagno di cella uscisse per portare a compimento la sua ultima volontà.

L’uomo si trovava in cella da due mesi, in attesa di giudizio, dopo che a maggio aveva accoltellato, apparentemente senza motivo, la sua ex titolare all’hotel “Il Gallo” di Castel San Pietro, dove aveva lavorato come tuttofare. Arrestato per tentato omicidio, si trovava in carcere ma la Procura aveva disposto una perizia psichiatrica e aveva già incaricato un consulente che doveva accertarne la capacità di intendere e di volere ma anche la compatibilità della sua situazione con il carcere. Esame che non c’è stato il tempo di fare, perché “Luli” si è tolto la vita.

Domenica la Procura si è subito attivata per verificare cosa sia successo esattamente. Il pm di turno Nicola Scalabrini è andato in carcere insieme al medico legale e alla polizia Scientifica. Sono stati sentiti sia i compagni di detenzione che gli agenti della Penitenziaria, tutti profondamente provati. Non c’è dubbio che si sia trattato di un suicidio, ma per motivi tecnici, e per prassi trattandosi di una morte in cella, è stato aperto un fascicolo con l’ipotesi tecnica di omicidio colposo per permettere di fare l’autopsia sul corpo.

Sembra che Musta soffrisse di depressione ma non aveva dato alcun segno di insofferenza né c’erano campanelli d’allarme che potessero far pensare a un gesto del genere, anche se, visto il reato che aveva commesso, la Procura aveva deciso di approfondire la sua salute mentale. Dopo l’accoltellamento a maggio ai carabinieri che lo stavano ammanettando aveva sussurrato “Mi hanno detto di farlo”.

La sua morte ha gettato nel dolore la comunità carceraria, di detenuti, poliziotti e dipendenti, già fortemente provata da un sovraffollamento che a Bologna conta 339 persone in più rispetto alle 450 previste. Una situazione esplosiva, che le temperature roventi rendono ancora più insopportabile. Ieri mattina il garante comunale delle persone private della libertà, Antonio Ianniello, ha fatto un sopralluogo alla Dozza. Intanto, mentre il presidente nazionale di Arci Walter Massa sollecita i deputati a sostenere la proposta di legge in discussione alla Camera, primo firmatario Roberto Giachetti (Iv), sulla liberazione anticipata speciale, i sindacati bolognesi, con Salvatore Bianco della Fp-Cgil, propongono di dare vita “ad un presidio sotto la sede del provveditorato dell’amministrazione penitenziaria dell’Emilia-Romagna o davanti al carcere”. Perché la misura è colma, scrive il sindacato in una nota. E Giovanni Battista Durante del Sappe fa notare che “questi eventi, oltre a costituire una sconfitta per lo Stato, segnano profondamente gli agenti che devono intervenire”. A marzo un’altra detenuta si era tolta la vita alla Dozza.