sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuseppe Baldessarro

 

La Repubblica, 21 giugno 2019

 

Suicida in carcere l'imputato per l'omicidio del buttafuori Poli a 20 anni di distanza. L'avvocato D'Errico contro procura e investigatori: "Hanno agito con eccessiva aggressività".

Per l'accusa "dire che il processo a carico di Stefano Monti è stato condotto in modo aggressivo non è accettabile". Per la difesa, invece, "ci sono anomalie in una vicenda che è stata trattata in modo aggressivo".

Scoppia la polemica tra il procuratore Giuseppe Amato e l'avvocato Roberto D'Errico, difensore di Monti, l'uomo accusato dell'omicidio del buttafuori Valeriano Poli (commesso il 5 dicembre 1999) che si è tolto la vita alla Dozza mercoledì mattina, una settimana prima della sentenza. Una polemica in punta di penna, ma dai toni fermi per entrambi i protagonisti.

Le parole di Amato sono arrivate dopo che il legale aveva parlato "di un processo aggressivo", che forse ha contribuito ad aggravare lo stato d'animo del detenuto. Per il procuratore si tratta di un "argomento che non si può accettare, perché contrario alla realtà dei fatti e che fa torto alla serietà della Corte di assise e del suo presidente (Stefano Scati, ndr.) che sono stati gli arbitri del processo, condotto in modo assolutamente sereno, lineare e corretto".

Secondo Amato "il procedimento può essere stato la motivazione ultima, ma la scelta suicidaria rientra nell'intimo imperscrutabile delle decisioni umane". Amato dice inoltre che "si è trattato di un processo che ha avuto il merito di cercare di trovare una risposta a un grave fatto omicidiario risalente a venti anni prima". Conclude poi affermando: "Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio".

A stretto giro di boa la risposta di D'Errico: "Non intendo alzare il livello delle polemiche, né attaccare la Procura o la Corte di assise, che non c'entra nulla, ma ho il dovere di segnalare alcune anomalie in una vicenda che è stata trattata in modo energico". Secondo il legale le "anomalie" sono riconducibili a diverse fasi del procedimento, per come emerso durante il dibattimento.

La prima questione è legata all'esposizione mediatica: "Monti è stato sbattuto sui giornali e dipinto dagli inquirenti come un criminale violento. Mentre si tratta di una persona incensurata. Inoltre la notizia della riapertura del caso è stata diffusa ad arte per controllare le reazioni dell'indagato. I giornali sono stati usati dalla polizia e questo non mi sembra un atto consueto e corretto. Monti, poi, è stato fotografato con le manette ai polsi il giorno del suo arresto e rivedersi sui giornali in quelle condizioni di certo non lo ha reso sereno".

Inoltre, ricorda ancora, D'Errico: "Per mesi gli è stato impedito di incontrare la sua famiglia, la moglie e i figli, e questo quando l'inchiesta era già chiusa in attesa del processo immediato. Non capisco quali prove potesse inquinare. È un fatto che persino durante il processo la procura si sia opposta ai colloqui".

Per il legale: "Monti sentiva questo accerchiamento. Nessuno può conoscere le ragioni di un gesto tanto estremo. Non faccio polemica con nessuno ed ho rispetto per la procura e, ovviamente per la Corte che ha condotto il processo, tuttavia ho il dovere di segnalare fatti che di certo non hanno tenuto conto che ognuno è innocente fino a prova del contrario. Tanto più un incensurato di 60 anni accusato di un reato che avrebbe commesso 20 anni fa".