di Luca Muleo
Corriere di Bologna, 3 settembre 2022
Un 53enne, in cella da un mese, si è impiccato. Ira della Camera penale: sindaco e pm agiscano. Lente sulla direzione sanitaria. Sarebbe uscito a fine anno. In carcere era tornato da un mese, dopo la revoca di una misura alternativa. Aveva 53 anni, origine slava, piccoli reati alle spalle e problemi psichici. L’hanno trovato impiccato nell’infermeria. L’allarme dei sindacati, l’ira dei penalisti che chiedono un’ispezione.
Sarebbe uscito a fine anno. In carcere era tornato da un mese, dopo la revoca di una misura alternativa. Aveva 53 anni, origine slava, sulle spalle una serie di piccoli reati commessi, un tentativo di evasione. E problemi psichici. Due giorni fa l’hanno trovato impiccato nell’infermeria, aveva usato i pantaloni della tuta. E’ il sesto detenuto che si uccide in Emilia Romagna nel 2022, il 59esimo in Italia.
Una tragedia che è anche l’ennesimo segnale d’allarme rispetto alla situazione delle carceri e della Dozza in particolare. Insostenibile secondo i sindacati di polizia penitenziaria, che nel diffondere la notizia sottolineano come tutto il peso sia sugli agenti. Dura la presa di posizione degli avvocati penalisti che invocano l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura e del Ministero sulla morte di un ristretto bisognoso di cure ritenute incompatibili col regime carcerario. Il garante dei detenuti, Antonio Ianniello, lancia invece la proposta di selezionare e formare detenuti in grado di allertare medici e personale dei penitenziari di fronte a problemi psicologici di altri carcerati, e “offrire vicinanza e supporto a coloro che sono a rischio”. Il 53enne, dice Iannello che prospetta la necessità di rivedere i protocolli di prevenzione, “aveva mostrato accentuate difficoltà di adattamento alla condizione di detenzione in ragione di patologia psichiatrica per la quale era seguito in carcere”.
In un contesto critico come quello della Dozza, che ospita “ben oltre 200 persone rispetto alla capienza regolamentare di 502”, tra “carenze di organico, precaria qualità delle condizioni detentive, difficili condizioni operative”.
Come detto, la Camera penale di Bologna parla di persone “sole e già dimenticate” come le “altre due che da inizio anno sono morte nel carcere della nostra città, in circostanze che sembra non possano, o non si vogliano, chiarire”. I penalisti ricordano di aver invocato nelle precedenti occasioni “interventi immediati da parte delle istituzioni penitenziarie, ma anche del Sindaco e del Procuratore. Sono passati solo pochi mesi, ma nulla è stato fatto, e nulla pare si intenda fare, per fermare questa strage”. E adesso chiedono al ministro della Giustizia di disporre un’ispezione urgente “per accertare se vi siano le condizioni minime per poter garantire la sicurezza delle persone detenute, con una attenta verifica dell’area sanitaria”. Al Procuratore di svolgere “le opportune verifiche per accertare compiuta la dinamica e le cause del decesso e se vi siano state omissioni nella custodia e nella cura del soggetto”. Si rivolgono poi al Tribunale di Sorveglianza per “sollecitare i magistrati a effettuare visite all’interno del carcere” e per verificare “attentamente i pareri medici rilasciati dall’area sanitaria sulla compatibilità del regime carcerario con le patologie di cui sono affetti i detenuti richiedenti misure alternative o altri benefici penitenziari”.
Di notizia “ancora più grave visto che alcuni detenuti dovrebbero essere controllati con ancora maggiore attenzione” parla il garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri. Sul fronte della polizia penitenziaria Nicola D’Amore del Sinappe si chiede “quanto sono efficaci i protocolli che rilevano il rischio suicidario senza le figure sanitarie”. E come la Fp-Cgil chiede una presenza fissa di personale sanitario che offra assistenza psicologica e psichiatrica. Per Giovanni Battista Durante e Francesco Campobasso del Sappe un suicidio in carcere “è sempre un fallimento delle istituzioni che dovrebbero garantire equilibrio e legalità nell’esecuzione della pena”.










