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di Massimo Marino


Corriere di Bologna, 1 settembre 2019

 

Dal 3 al 6 il Teatro del Pratello al carcere minorile. Il Teatro del Pratello torna a recitare tra le mura dell'Istituto penale minorile e festeggia i vent'anni di attività. Paolo Billi, regista e autore, ha iniziato nel 1999 a fare spettacoli tra le mura del carcere minorile, prima nei locali del teatro, poi nella chiesa.

Nel 2013 l'ultima opera, "Il patto col diavolo". Poi per motivi di agibilità e sicurezza le rappresentazioni nell'Istituto sono state sospese, e sono riprese solo l'anno scorso, con un compromesso: spettacoli in estate nel cortile. Intanto il regista ha lavorato con i ragazzi affidati all'area penale esterna al carcere (Compagnia Out) e ora torna a portare in scena quelli reclusi, con gli apporti delle giovani attrici di Botteghe Molière.

 

Lo spettacolo, "Eredi eretici", andrà in scena dal 3 al 6. Billi, come é tornare nell'Istituto?

"Ho trovato una situazione diversa. Allo spettacolo partecipano 15 su 23 reclusi. Non mi era mai capitato un numero così alto di adesioni e soprattutto che nessuno abbandonasse".

 

Che "eredità eretica" lasciano questi ragazzi?

"In realtà non hanno eredità, perché per loro il padre non esiste. È una figura in dismissione. È un gruppo variegato, sono tutti nati in Italia anche se spesso di seconda generazione. Hanno origini arabe, africane, balcaniche, italiane. È un bel gruppo, si sono messi in gioco. E così le parole che dicono sono più evidenti... ma...".

 

Ma?

"Non essendoci padri, cade la possibilità di criticarne l'eredità, di essere eretici. Però il testo, scritto da me, lo capiscono bene, lo dicono bene, e anzi lo hanno integrato con parti scritte da loro, che hanno chiesto di inserire".

 

Potremo vedere ancora spettacoli dentro il carcere?

"Credo di no. L'attività teatrale diventa estiva e si conclude con lo spettacolo nel cortile. Abbiamo cominciato la preparazione in maggio con alcuni ragazzi che avevano le parti più lunghe. Poi abbiamo lavorato quotidianamente da metà luglio".

 

Un bilancio di questi vent'anni?

"Alla luce di quest'ultimo spettacolo mi convinco sempre di più che il mio lavoro ha senso se riesco a farli stare in margini molto definiti. In quel caso esplodono: i confini danno libertà, che detto in galera è un po' un problema".

 

Come recitano?

"Molti hanno ben introiettato il testo. Per esempio, c'è un ragazzo di colore che lo rende con un'intensità che ho visto poche volte. Non gli dico come fare. Lo ha riempito di parole sue, facendo discorsi sulle paure".

 

Prossime tappe?

"Come sempre in inverno uno spettacolo all'Arena del Sole con la Compagnia Out. Sarà il sequel di questo e si intitolerà Le orme dei figli. Provo a ribaltare il luogo comune che sono i figli a seguire le orme di qualcuno".

 

Lei ha messo spesso a confronto adolescenti delle scuole e giovani affidati alla giustizia. Cosa succedeva?

"All'inizio gli studenti entravano in carcere, era un bell'impatto. Ora vanno in teatro: è diverso. Con qualche classe facciamo un lavoro più approfondito, con l'alternanza scuola-lavoro: li facciamo entrare in carcere ed è un'esperienza intensa".

 

Che differenze trova tra i ragazzi reclusi e gli studenti della stessa età?

"Poche. Prima dentro trovavi minori non accompagnati, casi sociali. Ora è cambiato. Sono più "normali". Ne trovi di tutti i tipi e sono simili ai loro coetanei fuori. Forse perché anche il commettere reati si è trasformato".

 

Può spiegare meglio?

"È, credo, un problema di regole non acquisite o non conosciute. Per esempio il consumo di droghe leggere: per loro non è "spaccio", ma pagarsi la propria roba e darne agli amici. Il bullismo è un comportamento ugualmente diffuso. Insomma, anche gli adolescenti che stanno dentro hanno faccine da bravi ragazzi".