di Enrico Caiano
Corriere della Sera, 30 luglio 2024
La scrittrice Silvia Avallone, autrice del romanzo “Cuore nero” su una ragazzina finita in carcere da adolescente, è stata attiva come volontaria nell’istituto penale bolognese e lì ha presentato il suo libro: “Bisogna essere liberi nella testa o non lo si sarà mai, neanche fuori”. Lo hanno detto meglio di chiunque altro. D’altra parte, non si è giganti della letteratura a caso. Fedor Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Victor Hugo: “Chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione”. Un secolo dopo, il simbolo della lotta per la libertà Nelson Mandela, una vita dietro le sbarre, ha chiuso il cerchio con una riflessione definitiva: “Un Paese non dovrebbe essere giudicato da come tratta i cittadini più in alto, ma quelli più in basso”.
La scrittrice Silvia Avallone, oggi, quelle frasi le sottoscrive in blocco. O non avrebbe scritto Cuore nero, il suo ultimo romanzo per Rizzoli, scaturito dall’esperienza di volontaria nell’istituto penale per i minorenni di Bologna, sua città di adozione. Tra queste mura, che sono quelle di un convento quattrocentesco, ha ambientato le pagine carcerarie della storia di Emilia, la protagonista, e delle sue compagne di prigionia. Virando al femminile, con la licenza che è concessa alla letteratura, la realtà di un istituto di pena maschile.
E proprio qui è tornata a presentare il suo lavoro ai ragazzi attualmente in cella, ormai quasi tutti diversi da quelli che lei ha seguito e a cui si è ispirata per le ragazze del libro, un successo editoriale fin dall’uscita nel gennaio scorso. Sotto le volte e i muri spessi che garantiscono una discreta protezione dall’afa bolognese, il direttore della struttura, Alfonso Paggiarino, nato come educatore, 42 anni di esperienza, alle soglie di un meritato pensionamento, per l’incontro con la scrittrice ha raccolto una ventina di giovani, quasi tutti stranieri. Molti di loro, tunisini, non capiscono l’italiano ma si fanno aiutare dai compagni che lo masticano e comunque sia si lasciano trascinare dall’energia contagiosa di Avallone, dalla gestualità potente che usa per spiegare con foga genuina quanto sia importante credere nella parola come strumento di emancipazione di sé stessi, come via d’uscita da prigioni non solo fisiche ma mentali.
Molti ragazzi sono nordafricani, sbarcati senza i genitori
Le frasi di Avallone echeggiano forti davanti a sguardi attenti e interrogativi (“Bisogna essere liberi nella testa o non lo si è neanche fuori”; “Siamo tante persone in una, e possiamo cambiare sempre”; “Per pensare ci vogliono le parole”). Ma quando si arriva alle domande sulla loro quotidianità, sulle loro speranze, le parole di rimando rotolano stentate, c’è disincanto, fatica. “Ci sentiamo soli e non ci aiutano” dice un ragazzo alle soglie dei 18 anni. Un altro, appena maggiorenne, apre uno squarcio che si preferirebbe non aver ascoltato: “Sono tutti razzisti qui. Anche in carcere non siamo tutti uguali”. Infine, la considerazione da brividi: “C’è solo corruzione attorno a me. Ho provato, ma non ci sono tante strade...”.
I tunisini sono sempre di più. Qui e negli altri 16 istituti sparsi per l’Italia. Sono loro quei minori non accompagnati che approdano sulle nostre coste dopo viaggi dell’orrore. C’è un mediatore culturale che ne affianca qualcuno e traduce, altri si fanno aiutare da compagni di cella in Italia da più tempo. Ma se sono marocchini, alcuni preferiscono non chiedere il loro aiuto. C’è separazione tra i due gruppi nordafricani, mi è stato fatto notare. A un certo punto uno se ne esce con: “Qui facciamo conoscenze, non amicizie”. E improvvisamente tutto si fa molto chiaro.
Il direttore Paggiarino racconta di ragazzi che usano i tablet e i telefoni appositi per fare videochiamate ai genitori: “Dai tempi del Covid è stata introdotta questa possibilità e il ministero della Giustizia l’ha mantenuta”. Spiega che al ritorno dal pranzo fa “un sacco di colloqui con loro, 4 o 5 al giorno chiedono di parlarmi”. Tanti, sul totale: sono in 46 dietro le sbarre, il numero massimo sarebbe 40. La nota dolente però riguarda gli agenti di polizia penitenziaria chiamati a sorvegliarli: due! Uno per piano. Certo, si attendono rinforzi: “Il dipartimento ora ci manderà un gruppo di agenti in missione per una settimana/dieci giorni”. Poi se ne andranno però. E allora ecco i palliativi. La divisione notturna tra piani: “I maggiorenni (nell’istituto minorile si può stare sino ai 25 anni e poi si passa al carcere normale; ndr) vanno a dormire al secondo piano, i minorenni stanno al primo. Prima succedeva magari che c’era il tunisino 15enne che voleva stare con il connazionale 23enne perché con gli italiani non si trovava... Ma non andava bene, ora è molto meglio”.
Resta il sovraffollamento. Che è l’emergenza delle carceri “per adulti” e negli istituti di pena per minori lo sta diventando. A fine febbraio erano 532 gli under 25 reclusi. A fine 2023 erano 496 contro i 381 del 2022. Un’impennata del 30%, con un salto in su di un punto: in carcere stanno ora il 3,8% di minori e giovani in carico ai servizi della giustizia minorile, dice il rapporto di Antigone. Due anni fa erano il 2,8. Il decreto Caivano del 15 settembre scorso non è l’unica ragione del balzo in avanti (il numero di ingressi in cella nel 2023 è da record assoluto: 1.143) ma ci ha messo del suo. Il direttore dell’Ipm bolognese lo lascia intendere: “Varie leggi sono cambiate e potrebbe essere anche questo il motivo dell’affollamento negli istituti”. Più di così... Quel decreto ha infatti ampliato la possibilità del ricorso al carcere in fase cautelare e ha ridotto l’utilizzo dell’istituto di messa alla prova, uno dei vertici di eccellenza del codice di procedura penale minorile varato nel 1988 e che l’Europa ha sempre considerato all’avanguardia: indica come residuale il ricorso al carcere e si proietta su modelli educativi in grado di ricondurre con successo i giovani nella società, seguendo l’articolo 27 della nostra Carta, quello che recita “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (“Io quell’articolo lo rispetto tantissimo”, chiosa il direttore Paggiarino, “o lo si rispetta o lo si deve abolire. E non voglio parlare neanche di rieducazione ma di educazione”).
Se si ascolta un’assistente sociale di lungo corso (l’anonimato è obbligatorio, per parlare con nome e cognome ci vogliono autorizzazioni del ministero dai tempi lunghissimi) si capisce che la rieducazione non è più in cima ai pensieri di chi legifera: “Si vuole dare subito una sanzione sperando nell’effetto di deterrenza della stessa. Ma chi lavora nelle carceri minorili sa che si va da un’altra parte rispetto all’effetto deterrenza per cambiare le cose. Il collocamento in comunità potrebbe essere uno strumento molto più praticato ma si sceglie la detenzione perché è più facile”. Un giudice minorile di grande esperienza è colpito dal fatto che il primo contatto “di questi ragazzi stranieri con una forma organizzata di Stato sia la più opprimente, non c’è mediazione”.
Nel romanzo di Avallone la protagonista le cose le cambia, come direbbe l’assistente sociale di prima: in carcere si laurea. A Bologna in 5 ci sono riusciti, un motivo d’ orgoglio per il direttore. Come lo è la trattoria creata nel carcere proprio “per introdurre i ragazzi nel mondo del lavoro: si chiama Brigata del Pratello (in gergo bolognese è il carcere minorile e prende il nome dal quartiere; ndr), la cosa più bella che ho fatto in questa città”.
Un ragazzo marocchino di 23 anni, seduto ad ascoltare la scrittrice che è stata una delle sue volontarie, è anche lui laureato. E ha cominciato proprio dagli studi dell’alberghiero di cui la trattoria è fiore all’occhiello: “Nelle carceri minorili siamo in pochi a riuscirci. Io ce l’ho fatta perché avevo una condanna lunga”, dice senza ironia, “per i tanti reati cumulati. Di solito tra i ragazzi prevalgono quelle brevi. Ho cercato di dare un senso alla mia carcerazione, di non buttare il mio tempo. Un’educatrice mi ha detto “perché non ci provi?”. Quella frase è stata come un seme. Che è fiorito. Dopo il diploma mi son detto che potevo tentare l’università. Con tanta forza di volontà ce l’ho fatta”. Ma non pensate sia un esempio per tutti i ragazzi “dentro”: “Lo sono per una minoranza. Qui i “valori” sono altri: denaro, successo, potere. E anche se seguendo quella strada hanno sbagliato e sono qui, dove è davvero dura, continuano a seguirla”.
Quando parla di carcere “davvero duro”, viene in mente che spesso il modo per alleviarne l’impatto e per ovviare ai numeri ridicoli degli agenti penitenziari - sono loro a garantire spostamenti ed attività dentro il carcere - è la somministrazione di psicofarmaci. “Era così ma ora va un po’ meglio”, spiega il ragazzo. “Lo chiamano strumento di contenimento e viene usato per evitare che le persone si taglino o brucino la cella. Erano di moda Rivotril e Lyrica ma ora non ci sono più. A volte però gli stessi ragazzi chiedono i farmaci. Perché vogliono sballarsi, evadere mentalmente”. A sentire ancora il giudice minorile, la realtà non è proprio così rosea: a Bologna come al Beccaria, come in tutti gli altri Ipm: “La situazione non è cambiata. Anzi i dati ci dicono che il ricorso agli psicofarmaci è a livelli mai finora raggiunti”. Come continuano le rivolte, l’autolesionismo.
Ma torniamo al bicchiere mezzo pieno, al 23enne laureatosi per e con l’aiuto della sua famiglia: “Mi amano tanto. Ho la fortuna di averla, una famiglia: altri non sono così fortunati”. Già. E viene la pelle d’oca a sentire il coro a mezza bocca che risponde alla domanda di Silvia: “Chi vi manca di più qui dentro?”. Marocchini, tunisini, italiani, tuttì lì vanno: una parola sola, con sincerità disarmante: “Mamma, ci manca la mamma”.











