di Nicola D'Amore*
Il Resto del Carlino, 17 dicembre 2020
La Casa circondariale Rocco D'Amato sta affrontando con sforzo e attenzione questa seconda ondata del Covid. Ma quello che manca, alla Dozza, è lo spazio, per riuscire a gestire in sicurezza l'altalena dei contagi. La situazione sanitaria in carcere è grave, ma gestibile.
Abbiamo circa settanta detenuti e una decina di agenti positivi. Ed è in atto una campagna di screening, per il contenimento dei casi. A differenza di quanto accaduto a marzo, ora c'è grande collaborazione da parte della popolazione penitenziaria.
Lo abbiamo visto con la gestione, in emergenza, delle cucine. La maggior parte dei detenuti che hanno contratto il Covid, infatti, lavora qui: per riuscire a mandare avanti il servizio ci si è attrezzati, con pragmaticità, sostituendo il personale in isolamento con personale della sezione femminile, dove non ci sono contagiate.
Tuttavia, con 716 detenuti in una struttura che ne può accogliere 500, ogni problema è amplificato. Ad aggravare la situazione, c'è la vetustà della struttura: molte celle, ad esempio, non sono dotate di doccia e questo significa andare a creare situazioni di promiscuità in un momento in cui la regola è garantire il distanziamento.
Sciogliere questo nodo sta alla politica nazionale, che dovrebbe agevolare le pratiche per la concessione di misure alternative alla detenzione e, invece di progettare nuove carceri, pensare a interventi di riqualificazione per quelle già esistenti. Criticità vecchie a cui si aggiunge la decisione di realizzare, a breve, la sezione di salute mentale al padiglione femminile: un ulteriore sforzo richiesto agli agenti di polizia penitenziaria. Lo stress, per lavoratori e detenuti, è tanto. Gli sforzi massimi. L'obiettivo è la sicurezza di tutti, ma stare in equilibrio su questo filo sottile è ogni giorno più difficile.
*Vice segretario regionale Sinappe











