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di Federica Nannetti

Corriere di Bologna, 17 maggio 2026

Successo per la festa della famiglia in carcere: “Non si è solo il proprio errore”. In tanti hanno scritto una lettera a mano, qualcuno ha mandato una mail, qualcun altro ancora, alla fine del pranzo, si è fermato con i volontari: “Ci vediamo l’anno prossimo. Grazie”. Segno che “l’obiettivo è stato raggiunto”. Anzi, superato, perché le adesioni alla festa della famiglia al carcere della Dozza sono state più del previsto, tanto da dover allungare di un giorno l’iniziativa: ieri sarebbe dovuto essere l’ultimo giorno e invece si concluderà oggi per dare a tutti l’opportunità. Una tradizione, lunga tutta la settimana, che è arrivata alla sua 15esima edizione e che è una delle pochissime esperienze di questo tipo in Italia: a rotazione, i detenuti che ne hanno fatto richiesta, hanno potuto pranzare con i propri familiari ed eventualmente con i propri figli. “Una cosa normale in un contesto dove ciò che manca è proprio la normalità”, sottolinea Maria Caterina Bombarda, presidente dell’associazione Avoc, promotrice dell’iniziativa.

Circa 700 tra detenuti e parenti (solitamente autorizzati alle visite in carcere) hanno così potuto sedersi a tavola insieme, mangiando tortelloni, fragole, una fetta di tenerina e un caffè. E per i bimbi, oltre 130, anche formaggini e yogurt, nonché “un giochino in ricordo”. Con loro, anche rappresentati delle istituzioni, i consiglieri comunali Antonella Di Pietro e Marco Piazza, la referente del Coordinamento carcere Mariaraffaella Ferri e la portavoce di Granarolo Myriam Finocchiaro. Certamente il garante dei detenuti.

“Negli anni la festa della famiglia si è arricchita - aggiunge Bombarda -: inizialmente era all’aperto, poi un momento tutti insieme con un po’ di cibo da condividere. Da quattro o cinque anni è un vero pranzo, con la propria intimità per ogni nucleo familiare. La cosa più bella è vedere gli abbracci. Crediamo sia fondamentale mettere la famiglia al centro del percorso di reinserimento sociale delle persone detenute. Perché, anche dentro un carcere, si possa ancora essere famiglia. E in tanti, in questi giorni, ci hanno detto di essersi sentiti a casa ritrovando le proprie radici”.

Tutto questo è stato reso possibile da Camst, Granarolo, Felsinea ristorazione ed Essse Caffè, che hanno contribuito per la composizione di tutti i pasti. “Così come sono stati fondamentali, oltre alla direttrice del carcere Rosa Alba Casella, gli agenti della penitenziaria - aggiunge la presidente di Avoc. Che ci sono sempre, in ogni momento. Questo è un appuntamento che si riesce a fare una volta all’anno, ma chi ha già avuto modo di conoscerlo non se lo perde più”.

“In un tempo in cui il carcere viene spesso raccontato solo attraverso numeri, emergenze e cronaca, questa iniziativa restituisce invece uno sguardo diverso: quello dell’umanità”, aggiungono i volontari, una 60ina quelli che si sono alternati per sette giorni, che hanno servito, che hanno fatto giocare i più piccoli, che ogni giorno credono nell’importanza del loro ruolo. La festa della famiglia non cancella il carcere. “Non elimina il dolore della separazione, né le responsabilità individuali. Ma ricorda una cosa essenziale: nessuna persona è soltanto il proprio errore - conclude Bombarda. Ce lo dicono questi momenti. Ieri mi sono fermata con ognuno dei presenti. Un bimbo mi ha fatto commuovere e mi ha dato prova di aver portato a casa l’obiettivo: papà, fai il bravo”.