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di Chiara Pazzaglia


Avvenire, 22 luglio 2021

 

L'apertura di un nido è stata criticata dalle associazioni: "Il penitenziario è fonte di abbruttimento per gli adulti, figuriamoci per i bambini". Le loro prime parole sono "apri", "fuori" e "agente", invece di "papà": pagano colpe non proprie e si portano dietro questo fardello per tutta la vita.

Sono i piccoli detenuti incolpevoli delle carceri italiane, bambini sotto i sei anni che seguono le madri nella reclusione. "Sebbene il principio di non separarli mai dalle mamme sia corretto, non lo è privarli della loro libertà e della loro infanzia" è l'opinione dell'avvocatessa Silvia Furfaro, presidente dell'associazione "L'Altro Diritto", che opera in Toscana e a Bologna da 15 anni, con più di 60 volontari, per offrire supporto legale ai detenuti e alle detenute.

La notizia dell'apertura di una sezione "nido" nella Casa Circondariale Rocco D'Amato, ramo femminile della Dozza, è duramente criticata dall'associazione. A partire dal nome: "un carcere è tutt'altro che un nido" osserva Furfaro. Al momento dell'inaugurazione non c'era nessun bambino da inserire in questi spazi: tutte le mamme, infatti, erano uscite.

"Il carcere è fonte di abbruttimento sociale per gli adulti, figuriamoci per i bambini" osserva Furfaro, che spiega anche la situazione normativa: la presenza dei bambini in carcere è regolata dalla legge 62 del 2011. Lo scopo del legislatore era quello di privilegiare gli arresti domiciliari e la creazione di case famiglia protette. Questa risoluzione aveva colto il favore anche di diverse associazioni, ma nella realtà l'applicazione è stata limitatissima: i costi sono elevati e, finora, sono pochissime le case famiglia con i requisiti di sicurezza per accogliere le detenute e i loro figli. Ora, sono stati stanziati 4,5 milioni di euro con un patto triennale che dovrebbe contribuire alla creazione di strutture idonee: "anche i fondi usati per questo cosiddetto "nido" bolognese avrebbero potuto essere investiti meglio" afferma l'avvocatessa.

Questa apertura ha incontrato la perplessità anche di Antonio Ianniello, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna. Al pari di Furfaro, Ianniello si è detto preoccupato della vicinanza dei locali al reparto psichiatrico, da cui, giorno e notte, escono grida e lamenti. A suo avviso, però, la scelta dell'amministrazione penitenziaria "potrebbe anche avere una chiave di lettura pragmatica". Infatti, fino a oggi non c'è stata separazione effettiva dei minori dalla restante popolazione detenuta.

"Le madri con figli vengono collocate all'interno delle ordinarie sezioni detentive, in camere di pernottamento tradizionali, nelle quali è previsto l'allestimento del lettino per i bambini" ricorda Ianniello. In questo senso, continua il garante, "l'accoglienza che il nido potrà fornire al bambino sarà migliorativa, almeno per quanto riguarda il profilo degli spazi dedicati", ma allo stesso tempo auspica che l'attivazione delle case famiglia protette, che è considerata la migliore soluzione, "trovi l'impulso degli enti territoriali, potendo il ministro della Giustizia stipulare con loro convenzioni per individuare le strutture da utilizzare".