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di Chiara Gabrielli

Il Resto del Carlino, 30 agosto 2026

Pubblico ministero Marco Imperato, il 24 agosto era nella delegazione in visita alla Dozza assieme all’Osservatorio della Camera Penale. Uscito, ha detto: “Lì non si respira”. “Non mi aspettavo nulla di diverso. Ma un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro conto è toccarlo con mano. Vedi queste persone sedute, immobili, lo sguardo nel vuoto. È qualcosa che distrugge. Possibile, viene da chiedersi, non ci sia un modo migliore di impiegare il tempo? Il tutto in un contesto di sovraffollamento e degrado. Se lo scenario è questo, come possiamo pensare che, quando i detenuti finiscono di scontare la pena, possano uscirne ‘migliorati’ e poi reinserirsi nella società, come ci chiede l’articolo 27 della Costituzione? Chiunque uscirebbe prostrato da una simile esperienza. Per non parlare del clima di disinteresse o insofferenza che si percepisce sui social verso i carcerati”.

Perché questo disprezzo?

“Io non so chi sia il detenuto. Posso solo conoscere la sua colpa, non lui. Noi magistrati - va chiarito - non giudichiamo le persone, ma i fatti. Dai social, invece, vengono fuori rabbia, giudizi e pregiudizi. La gente è spaventata e disorientata, vuole ‘il colpevole’, ‘il chi’, vuole puntare il dito, quando bisognerebbe piuttosto chiedersi ‘il come’ e ‘il perché’ sia avvenuto quel reato: queste sono domande che aiuterebbero a fare prevenzione. C’è una grande frustrazione anche verso le istituzioni che si interessano alla realtà-carcere, non si capisce che è proprio e solo grazie a questo interessamento, necessario, che possiamo fare rete e offrire concrete opportunità di rieducazione e reinserimento. In altre parole, lavorare sulla dignità del carcere non è solo la cosa giusta da fare: è un investimento nell’interesse della società”.

Cosa può fare il magistrato?

“Nei percorsi cautelari e sanzionatori, i meccanismi legislativi hanno talvolta una rigidità che non lascia margine di gestione e scelta agli operatori coinvolti - avvocato, pm, giudice -, quando invece bisognerebbe puntare a percorsi di recupero personalizzati. Questa attenzione viene scambiata per buonismo e debolezza, ma è un equivoco. Credibilità ed efficacia delle sanzioni non sono in contrasto con proporzionalità e rieducazione: una pena più giusta e che offra occasioni di reinserimento aumenta la sicurezza della collettività perché avvia un percorso di cambiamento e sviluppo positivo”.

Un esempio?

“La cura del procedimento è a mio avviso persino più importante del risultato finale. Ad esempio, in un caso di maltrattamenti verso moglie e figli abbiamo subito tutelato le vittime e ottenuto che l’imputato erogasse fondi ai familiari. A quel punto, abbiamo cercato un accordo che evitasse la detenzione, così che non si interrompesse il percorso virtuoso e lui continuasse a dare soldi alla famiglia”.

Bologna è una città sicura?

“Non posso rispondere, ci vorrebbe uno studio dei numeri e dei fenomeni. Quello che so, invece, è che sulla mia scrivania arrivano moltissimi casi di codice rosso, una quantità incredibile di truffe online da migliaia di euro, che colpiscono non solo gli anziani e che fanno pensare a un grande bisogno di prevenzione e di educazione economica. E, ancora, moltissimi reati commessi sul web, tramite i social, come adescamenti di minori e pedopornografia. Di cui, purtroppo, emerge solo la punta dell’iceberg, quel poco che riusciamo a intercettare grazie alle segnalazioni. Ecco, posso dire con assoluta certezza che per un minore oggi è molto più pericoloso chiudersi in camera con il telefonino in mano piuttosto che uscire in strada a Bologna”.

Quanto al codice rosso?

“L’emorragia prosegue, purtroppo. Ma si racconta sempre dell’albero che cade, perché fa rumore, e mai della foresta che sta crescendo. Si raccontano i casi che finiscono male, mai quelli sventati. Abbiamo fatto passi da gigante in strumenti legislativi e specializzazione, occorre generare fiducia nelle vittime che oggi possono rivolgersi a molte realtà dove essere ascoltate e accolte”.