di Michele Maestroni
bolognatoday.it, 28 settembre 2024
Evasioni (l’ultima due giorni fa), disordini e sovraffollamento con il 20% di detenuti in più. Siamo entrati nel carcere del Pratello, per capire cosa accade e quali sono i reati (sempre più gravi) commessi da chi finisce nell’Istituto penale minorile. L’intervista al direttore Alfonso Paggiarino. “Il carcere si trova dentro la città, e tutta la città se ne deve prendere cura”. Ne è convinto Alfonso Paggiarino, il direttore dell’Istituto penale minorile “Pietro Siciliani” di Bologna. Anche se la situazione all’interno della struttura carceraria di via del Pratello “è difficile” come non mai, soprattutto dopo un’estate in cui si sono verificate risse tra detenuti, aggressioni agli agenti penitenziari ed evasioni (l’ultima appena due giorni fa.) Paggiarino parte dai problemi dell’Ipm per raccontare com’è vivere dentro il carcere minorile cittadino, quali mancanze i detenuti devono vivere tutti i giorni e quali sono i reati più frequenti che commettono. Ma anche il ruolo fondamentale dell’educazione e della formazione in attesa di tornare in libertà.
Paggiarino, anche all’Istituto penale minorile ci sono stati vari disordini ed episodi di evasioni e violenza nelle ultime settimane. Qual è la situazione?
Complicata. L’Ipm è un carcere maschile e attualmente i detenuti sono quarantasette su una capienza massima di quaranta. La quasi totalità viene dal Maghreb, dalla Tunisia e dal Marocco, e solo due sono italiani. Ma al di là di questi freddi dati, in dodici anni di direzione dell’Ipm non mi sono mai trovato così in difficoltà.
Perché?
Il fatto che il comandante della polizia penitenziaria e un altro agente vengono feriti durante il trasferimento di un ragazzo problematico è esemplificativo. L’utenza dell’Ipm è cambiata ed è diventata più complicata da gestire. La maggior parte dei detenuti sono minori stranieri non accompagnati, arrivati in Italia con una storia complicata alle spalle e lontani dalla famiglia. Ragazzini anche di quindici anni che trovano accoglienza nelle comunità sociali o vivono per strada, e che finiscono per delinquere. E durante l’estate il caldo e la sospensione delle attività scolastiche e ricreative non aiutano.
Com’è la vita di un detenuto dentro il carcere minorile?
Dal 2022, dopo l’apertura di un secondo piano della struttura, minorenni e maggiorenni vivono separati. Dopo la sveglia, la pulizia delle camere e la colazione, la mattina c’è chi la passa seguendo i corsi formativi in ristorazione e orto-floro-vivaistica organizzati dalla Fondazione Opera Madonna del lavoro, e chi invece incontra gli educatori e gli assistenti sociali. Poi il pranzo e il pomeriggio dalle quattro alle sei e mezza al campo sportivo. Ogni giorno i ragazzi possono videochiamare i familiari nell’aula computer con i tablet e i pc della struttura.
Menzionava anche altre attività...
Nell’Ipm si tiene anche un laboratorio di teatro. E i detenuti hanno anche la possibilità di sostenere gli esami dell’Università di Bologna: un ragazzo è entrato in carcere che aveva la terza media e ora si sta per laureare in Scienze della formazione. Nel 2017 abbiamo aperto anche l’osteria ‘Brigata del Pratello’, dove i cuochi e i camerieri sono sei-otto ragazzi dell’Ipm che collaborano con chef e maître professionisti. Poi teniamo anche incontri su temi sociali, legalità, educazione civica…
L’altra faccia dell’Ipm l’ha accennata prima: per tanti detenuti è difficile iniziare un percorso attraverso il carcere, la loro presa in carico è molto tortuosa e spesso questo ‘vuoto’ causa in loro rabbia e violenza. Quali sono i problemi?
Le difficoltà principali riguardano i minori non accompagnati: le comunità che li dovrebbero accogliere sono sature. Chi compie un reato può rientrare in famiglia o può essere affidato a una di queste strutture. Nel caso di ragazzi che vengono da soli da lontano, ricollocarli in una comunità è spesso l’unica alternativa alla cella. Ma quelle private accolgono soprattutto chi compie illeciti civili e non reati. I ragazzi più problematici non si integrano e tornano a delinquere, così finiscono per entrare e uscire dal carcere in continuazione. Alle famiglie lontane non possono permettersi di fare sapere di essere finiti dentro. Ma anche i parenti, quando presenti, rinfacciano al figlio di essere finito in carcere. E in caso di detenuti che soffrono di malattie psichiatriche o di dipendenza da sostanze, trovare delle strutture socio-integrate che prendano in carico anche la parte sanitaria è diventato sempre più difficile. In tutto questo l’educatore ha un ruolo fondamentale.
Che cosa fa un educatore?
Un educatore è un po’ il ‘segretario’ dell’équipe che si deve occupare di chi è in carcere. Fa da raccordo tra il detenuto, il medico, i famigliari, i servizi sociali e la magistratura. Dal contatto con i familiari alla ricostruzione della storia personale, fino al lavoro sui permessi e la preparazione in vista dell’udienza davanti al giudice: l’educatore lavora con il ragazzo dal momento dell’arrivo fino alla dimissione per aiutarlo a capire quello che ha fatto e sviluppare una progettualità.
E qual è il rapporto tra l’educatore e il detenuto?
È un lavoro che si basa sull’ascolto e l’empatia. Dipende dai casi: c’è il ragazzo che riconosce il tuo ruolo, si affida a te e collabora, altri invece sono più ostili. Cambia anche in base alle fasi di giudizio, perché con una persona già condannata si può pensare a una prospetta a lungo termine, mentre una ancora in attesa di giudizio vive sospesa nell’incertezza. E per un giovane è difficile vivere nell’attesa.
Dal punto di vista dei reati, è cambiato ‘tipo’ di autore che arriva all’Ipm?
Fino a qualche anno fa i detenuti avevano compiuto soprattutto reati di spaccio. Ora sono molto frequenti le rapine aggravate, le risse con coltello che in un attimo possono diventare tentato omicidio, anche casi di violenza sessuale. Ma anche reati meno gravi per i quali prima non si finiva in carcere. Questo è un problema derivato soprattutto dai decreti dei governi, ultimo il ‘decreto Caivano’ che dispone la custodia cautelare in carcere anche per i casi che prima venivano trattati fuori dall’istituto. All’Ipm i detenuti con pena definitiva sono solo 13, 28 quelli in attesa di processo o appellanti. Ospitiamo ragazzi che hanno commesso un furto con scasso e hanno una custodia cautelare lunghissima. Questo non va bene perché contribuisce anche al sovraffollamento. E non avere una pena certa destabilizza i ragazzi.
Paggiarino, dopo dodici anni a capo dell’Ipm l’anno prossimo andrà in pensione. Un bilancio della sua attività?
Dopo trent’anni a Treviso, nel 2012 sono arrivato in questa città che mi ha accolto benissimo e per questo la ringrazio. Sono fiero del mio operato e soprattutto della Brigata, che ha richiesto un lavoro lungo anni. Durante la mia direzione ho cercato di far conoscere il carcere non solo per le sue parti negative ma anche per quelle positive, e dimostrare che nelle strutture di detenzione non c’è solo nero ma anche bianco. Io credo che, dato che il carcere si trova dentro la città, tutta la città se ne debba prendere cura.









