di Federica Nannetti
Corriere di Bologna, 19 luglio 2024
L’arcivescovo ha incontrato i detenuti in occasione della presentazione di “Codice ristretto”, un vademecum sui diritti delle persone detenute. “Servono più misure alternative al carcere”. Lo ha detto il cardinale Matteo Zuppi che ieri ha visitato il carcere della Dozza che come molti altri istituti in Italia è sovraffollato. Basterebbe un numero e nessun’altra parola. “È arrivato il 57esimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno, 57 persone che vanno ascoltate. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di commentare questo dato ma almeno va letta l’emergenza; perché è chiaro come ci siano dei meccanismi che non funzionano”. Riconoscere i malfunzionamenti dell’amministrazione carceraria per poi cercare di trovare soluzioni, a partire dalle misure alternative, è il primo e più forte appello del cardinale e presidente della Cei, arcivescovo Matteo Zuppi, che ieri ha incontrato i detenuti della Dozza di Bologna in occasione della consegna del nuovo Codice ristretto, una guida sui diritti delle persone detenute - in primis l’ottenimento delle misure alternative al carcere - distribuita in tutti gli istituti penitenziari della regione. “Nella Costituzione non si parla di carcere, ma di pene - ha proseguito Zuppi - nemmeno di pena. Ecco, che venga preservato almeno il plurale”.
Plurale che riguarda appunto anche le misure alternative e i benefici ai quali in alcune condizioni si può accedere, oggetto proprio del vademecum voluto dal garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri, dalla Camera penale di Bologna e dalla commissione per la Parità e i diritti dell’Assemblea legislativa (presenti ieri i rappresentanti di tutte queste realtà).”Tutti gli indicatori dicono che le misure alternative danno maggior sicurezza e riducono i rischi di recidiva - ha aggiunto l’arcivescovo -. Piuttosto che “buttare via la chiave”, come spesso si sente dire, meglio tenerla e girarla al momento opportuno”. Promuovere la cultura dei diritti dei detenuti, come azione in sé, non risolverà i diversi problemi delle carceri emiliano-romagnole e non solo, dal sovraffollamento (a Bologna 339 persone in più rispetto alla capienza massima di 450 circa) al sottodimensionamento del personale, ma un passo verso un cambio di prospettiva potrebbe farlo compiere: “Le carceri cambiano se a cambiare sono le attività”, ha ribadito Zuppi, auspicando una reazione di tutto il sistema, anche esterno. Basti pensare, come ha ricordato sempre l’arcivescovo, la carenza di alloggi protetti: “Ci sarebbe bisogno di molte più iniziative simili a Casa Corticella”, che è la Don Nozzi, la comunità per detenuti in misura alternativa con otto posti inaugurata un paio di anni fa. Lo stesso potrebbe dirsi per le attività lavorative e imprenditoriali: il valore di Fid-Fare impresa in Dozza - l’azienda costruita all’interno del carcere per dare un riscatto lavorativo e una prospettiva futura - è stato ricordato anche da Igor Taruffi, l’assessore regionale al Welfare presente ieri, che ha poi aggiunto “la programmazione di due milioni di euro all’anno nel triennio per il reinserimento sociale” e, ancora, l’importanza del fare rete anche con le istituzioni religiose.
Tra i membri della delegazione, oltre ai consiglieri regionali Marco Mastacchi, Silvia Piccinini e alla vicepresidente dell’Assemblea legislativa, Silvia Zamboni, anche il presidente dell’Ucoii, Yassine Lafram. “Le comunità islamiche italiane sono da tempo attente alla situazione delle carceri e al loro sovraffollamento. Ci occupiamo di mediazione linguistica e in questo modo facciamo prevenzione vera alla radicalizzazione. Difficoltà linguistiche e di conservazione dei rapporti familiari hanno riflessi negativi sul percorso di risocializzazione e sull’applicazione di misure quali lavoro esterno, permessi premio, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà, liberazione anticipata”. Bisognerebbe “considerare questo mondo del carcere, che sembra fuori dal mondo, dentro al mondo”, è la conclusione di Silvia Zamboni.











