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di Linda Baldessarini

Corriere dell’Alto Adige, 24 ottobre 2025

La storia di un giovane del Gambia, detenuto a Bolzano. Si allena con la squadra dell’Excelsior. Quando Ceesay Kekuta calcia un pallone, tutto il resto scompare. Il rumore delle chiavi, le porte di ferro, persino il tempo. “Quando gioco mi sento libero”, dice con un sorriso timido ma deciso. Ha 28 anni, viene dal Gambia e il calcio non è solo un gioco: è il filo che tiene insieme i pezzi della sua vita. Partito da casa da giovanissimo, inseguendo il sogno di diventare calciatore, ha attraversato Senegal, Mauritania, Mali, Algeria e Libia. “Ho visto cose che non si dimenticano - racconta - ma il mio pensiero era sempre uno: arrivare in Europa, giocare, avere una possibilità”. Poi il mare, l’approdo in Italia e il difficile cammino dell’accoglienza.

Arrivato a Bolzano trova anche modo di allenarsi in alcune squadre giovanili, non di giocare però perché nonostante l’aiuto di tutti non riesce ad ottenere i documenti necessari. Poi arriva un passo falso: una sera non rientra in tempo al centro d’accoglienza, resta a festeggiare con i compagni di squadra e perde così il posto. All’inizio non capisce fino in fondo la gravità della situazione, anche per via delle difficoltà con la lingua, e si ritrova in strada, senza un posto dove dormire. Qui entra in contatto con connazionali che, pur accogliendolo, lo portano gradualmente su strade sbagliate.

“Io non ero capace di spacciare - racconta Kekuta con un sorriso amaro e ironico - ma purtroppo avevo cominciato ad assumere sostanze, quelle ti cambiano, così ho cominciato con i furti”. Diversi arresti e un cumulo di pene gli valgono una condanna di sei anni, già per metà scontata. Oggi Kekuta vive la sua detenzione nel carcere di Bolzano, dove ha trovato un contesto capace di guardare oltre l’errore. “Kekuta è arrivato con la sua storia sulle spalle, con tanta voglia di fare e di rimettersi in gioco”, racconta Nicola Gaetani, educatore del carcere, che insieme alle colleghe Cristina, Eleonora e Luciana lavora ogni giorno per costruire percorsi di reinserimento. E il progetto pensato per Kekuta lo ha riportato finalmente sul campo da calcio: quello della squadra dell’Excelsior, sostenuta in questa occasione anche dal Dipartimento di Responsabilità Sociale della Lega Nazionale Dilettanti di Bolzano.

“Per noi è stato naturale accogliere questa proposta - spiega Massimo Antonino, dirigente dell’Excelsior - perché la nostra squadra ha da sempre un’anima sociale. Non andiamo a cercare le persone fragili, intendiamoci, ma apriamo la porta a chi bussa con passione. Il calcio è anche calore umano, e in campo tutti sono uguali”.

“Dare una nuova opportunità a chi ha sbagliato non è mai il lavoro di una sola persona, ma di una squadra - spiega Gaetani - Ognuno contribuisce a modo suo: c’è chi lavora sugli aspetti educativi, chi sul reinserimento, chi sull’ascolto quotidiano. È un lavoro silenzioso, ma prezioso. Perché ogni piccolo passo avanti, per noi, è una vittoria condivisa”. Poi aggiunge con tono riflessivo: “Lavorare in carcere è impegnativo, perché ogni storia ti mette davanti a qualcosa di diverso. Kekuta, come altri, è arrivato da lontano, con ferite e speranze. Noi proviamo a far sì che queste speranze trovino una direzione concreta, anche, come in questo caso, attraverso lo sport. Perché non si tratta solo di dare regole - spiega Gaetani - ma di creare possibilità. E il calcio, in questo senso, è uno strumento potentissimo: insegna disciplina, fiducia, rispetto. E restituisce un senso di appartenenza”.

L’Excelsior non si è tirato indietro. “Abbiamo deciso di riservare, in ogni stagione, un posto in squadra per una persona inviata dal carcere - annuncia Antonino - È un impegno che vogliamo portare avanti e speriamo che altre società sportive facciano lo stesso. Perché lo sport non è solo competizione: è una possibilità concreta di riscatto”. Per ora Kekuta si allena con costanza insieme ai compagni dell’Excelsior. Le partite ufficiali arriveranno presto, appena sarà pronto il suo cartellino. Questa volta non è solo una speranza, ma una realtà in attesa di compiersi.

Nel frattempo, continua a studiare, a lavorare e a coltivare quella passione che lo tiene in equilibrio. “Qui dentro ho trovato persone buone, che mi hanno ascoltato davvero. Mi hanno fatto capire che non è tutto finito, che posso ancora fare qualcosa di buono. Quando finirò la pena - dice - voglio solo poter lavorare, avere un posto dove dormire e vivere con dignità e, spero, correre su un campo da calcio, perché è lì che mi sento libero davvero”.