di Silvia M. C. Senette
Corriere dell'Alto Adige, 28 settembre 2019
La scrittrice Monica Lanfranco indaga il mondo femminile nella realtà carceraria italiana Tra chi sorveglia e chi è punito. Al mondo del carcere sono stati dedicati secoli di studi e ne è nata una fiorente narrativa spesso tradotta in film. Ma l'universo della detenzione femminile è sempre rimasto territorio insondato. A fare luce su questo cono d'ombra è stata la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco con "Donne dentro. Detenute e agenti di polizia penitenziaria raccontano", presentato ieri sera alle 18 alla Biblioteca Civica di Bolzano.
Un'iniziativa promossa dal Centro per la Pace della Caritas diocesana che, in occasione della riedizione del libro, ha ospitato l'autrice di questo toccante - e a tratti brutale diario di viaggio compiuto nel 1997 tra le carceri di Genova, Milano, Pozzuoli, Roma, Sollicciano, Venezia e Verona. "Un unicum nel suo genere che non trova paragoni nella letteratura italiana", ammette la scrittrice. Monica Lanfranco, da anni formatrice sui temi della differenza di genere, sarà protagonista oggi di un corso intensivo dedicato ad assistenti sociali e operatori dei centri antiviolenza altoatesini per fare il punto sugli stereotipi di genere, sull'origine della violenza e sulle strategie per affrontarla.
Un aspetto che riecheggia sottotraccia nelle storie di cui è stata depositaria, affiancando per mesi dietro le sbarre "donne detenute e donne agenti di polizia penitenziaria accomunate dall'esperienza del vivere, per motivi diversi, all'interno di un istituto carcerario". Un'interazione obbligata, non sempre facile e non prova di conflitti, che talvolta rivela spaccati di sorprendente dolcezza. Un aspetto più che umano di una realtà spesso disumana.
"Nel carcere pur fatiscente di Venezia, alla Giudecca, sono rimasta senza parole: appena varchi il portone ti appare un orto, coltivato dalle ospiti della struttura che con i frutti del loro lavoro gestiscono un mercato contadino - riferisce la scrittrice. Alcune, dopo aver pulito la cella, camminano con le "pattine"; altre ancora abbelliscono la loro "stanza" con tende o fiori, ricreando un loro piccolo angolo di dignità, bellezza, una sorta di intimità che non si trova nelle carceri maschili. Dietro quelle mura cinte da filo spinato si celano cose estremamente interessanti, ma mai reputate tali perché eclissate da storie clamorose come quella della madre che trucida i suoi bambini o della brigatista".
Lanfranco è entrata in molte carceri, sempre in punta di piedi. "L'assunto di partenza era verificare se ci potesse essere un intreccio tra le donne del carcere e di che tipo". Un approccio che l'ha fatta rapidamente entrare in confidenza con molte vite. "Quando ho iniziato la mia avventura, alcune delle operatrici non erano ancora neppure poliziotte - ricorda -. È da meno di due decenni che il loro lavoro è equiparato a quello degli uomini: alcune avevano ricevuto in mano le chiavi del carcere dallo zio che faceva l'agente penitenziario e si sono ritrovate a gestire, senza formazione né qualifica, la sezione femminile solo perché serviva una donna".
Il filo conduttore nelle relazione femminile, però, c'è. "Ci sono punti di incontro anche in queste due figure apparentemente opposte, l'una specchio della giustizia e l'altra della criminalità. Non voglio esagerare nella poesia, perché ce n'è molto poca, ma la rintracci nel lavoro di alcune poliziotte penitenziarie che vogliono trovare ogni giorno un senso che vada al di là dell'aprire e chiudere le celle e punta davvero al dare una seconda possibilità".
Tra tutte, c'è una storia che Monica Lanfranco non ha mai dimenticato. "Un incontro che mi turbò moltissimo avvenuto nel bunker di cemento nel nulla assoluto che è il carcere di Verona - rammenta. Mi trovai a colloquio con una coetanea, sui 45 anni, a cui era morto il marito lasciandola piena di debiti.
Un buco gigantesco che lei non aveva saputo colmare e, probabilmente malconsigliata, nonostante i due figli adolescenti si era trovata costretta a scontare otto mesi dietro le sbarre per chiudere i conti con la giustizia. Tra le altre, si riteneva fortunata. Io, invece, non ho potuto non pensare a quanto la sua vicenda ci rendesse simili e a quanto quello che era capitato all'improvviso a lei sarebbe potuto succedere anche a me o a chiunque di noi. E mi sono venuti i brividi, allora come oggi".










