di Chiara Currò Dossi
Corriere dell’Alto Adige, 18 luglio 2023
L’allarme lanciato da avvocati e Nessuno tocchi caino. Meraner (Serd): “Non ci sono spazi”. Centoquattordici detenuti (su 88 posti), di cui 96 con condanna definitiva, per il 70% tossicodipendenti. È l’istantanea del carcere di via Dante, “scattata” ieri dagli avvocati della Camera penale e dell’Ordine di Bolzano, in occasione della visita dei rappresentati della lega internazionale Nessuno tocchi Caino. A seguire, il convegno dedicato alla piaga della tossicodipendenza in carcere, con i detenuti troppo spesso abbandonati a se stessi, perché i Servizi per le dipendenze (Serd) non li riescono a intercettare.
Del carcere di Bolzano, costruito nell’800, “la vecchiaia non è solo e non è tanto strutturale, quanto concettuale. Perché - sostiene Elisabetta Zamparutti, tesoriera di Nessuno tocchi Caino - in carcere troviamo tanti problemi sociali, come quello della dipendenza da sostanze, che avrebbero bisogno di una risposta diversa che non quella punitiva”. Se non altro alla luce dei dati, ricordati da Angelo Polo, vice presidente della Camera penale e moderatore del convegno: “Il tasso di recidiva, tra chi è stato detenuto, è del 70%, mentre il 75% di coloro che sono stati affidati in prova ai servizi sociali non delinque più”. Producendo quello che Beniamino Migliucci, past presidente dell’Unione camere penali, definisce un effetto a catena: “I magistrati, preoccupati, fanno più fatica a concedere misure alternative”. Marco Boscarol, della Camera penale, parla di una situazione “avvilente”: “Da inizio anno, solo due persone sono state affidate in prova ai servizi sociali per motivi terapeutici”.
Un diritto, quello ad accedere a tutte le prestazioni sanitarie, comunità terapeutiche comprese, che ai detenuti viene negato. Lo ricorda Bettina Meraner, direttrice del Serd di Bolzano. “Sono una cinquantina i detenuti che ci sono stati segnalati, e che abbiamo visto almeno una volta. Ma una trentina li abbiamo dovuti “archiviare”: non facciamo in tempo a segnalarli allo psicologo, che sono già usciti dal carcere”. E questo, a causa dei ritardi con i quali avviene il contatto: “Non abbiamo l’autorizzazione a entrare tutti i giorni: mancano gli spazi, che dobbiamo dividere con il servizio di psichiatria dell’Azienda sanitaria. Il carcere potrebbe essere un’occasione per prendere in cura persone che non si sono mai rivolte a noi, in un’ottica di riduzione del danno e di evitare la cronicizzazione. Ma dobbiamo poter intervenire prima”.
Una lettura contestata da Maria Luisa Bigarelli, medico del carcere di via Dante. “Nessuno ha mai vietato l’ingresso a nessuno. Uno stato di astinenza da sostanze, siamo in grado di identificarlo anche noi: attualmente, abbiamo 9 pazienti che seguono una terapia sostitutiva, alcuni con il metadone. Ma esiste il problema della manipolazione degli infermieri che la somministrano, o che somministrano farmaci psichiatrici: i detenuti se ne impossessano, e li smerciano ai compagni di cella. Noi non siamo la polizia penitenziaria, ma qui ne va della sicurezza del paziente e della tutela della sua salute”. Il problema, insomma, riguarda tutti coloro che stanno al di là delle sbarre: chi perché detenuto, chi perché ci lavora.










