di Chiara Currò Dossi
Corriere dell’Alto Adige, 26 maggio 2022
Aperta un’indagine per omicidio colposo. L’avvocata di Kozlowski: la famiglia non crede all’ipotesi del suicidio. “Voglio sapere come e perché è morto mio figlio”. Non si dà pace la madre di Oskar Kozlowski, il 23enne finito in carcere a luglio per l’omicidio di Maxim Zanella, e che lunedì scorso è stato trovato morto dagli altri detenuti.
Riverso, accanto al fornelletto dal campeggio del quale parre abbia inalato il gas. La famiglia non crede all’ipotesi del suicidio, e la Procura ora indaga per omicidio colposo, al momento contro ignoti. È attesa per l’esito dell’autopsia (entro 60 giorni), eseguita venerdì scorso dal medico legale Dario Raniero, appena mezz’ora dopo il conferimento dell’incarico. “Aspettiamo fiduciosi l’esito dell’esame - fa sapere l’avvocato di Kozlowski, Alessandra D’Ignazio -. Il solo dal quale potranno arrivare delle risposte”.
Sabato, a Brunico, si svolgeranno i funerali del ragazzo che era ben voluto da tutti. E che in carcere non è mai rimasto solo: amici e colleghi di lavoro hanno continuato a inviargli delle lettere di supporto, e anche la madre, per le vie della città, veniva spesso fermata dai conoscenti, per un gesto di conforto. Conforto che ora difficilmente potrà trovare, se non con l’ultimo saluto a quel figlio perseguitato dalle ombre. Kozlowski, infatti, si era avvicinato al satanismo, ed è proprio per praticare un rito che, la sera del 28 luglio dello scorso anno, avrebbe incontrato Zanella, 30 anni, nell’appartamento di lui, a Brunico.
Ma ancora prima di iniziare a praticare il rito, che sarebbe consistito nel versare alcune gocce di sangue su un teschio animale, in una stanza buia illuminata da candele, il 23enne aveva estratto un coltello e colpito l’amico con un unico fendente, tra la clavicola e il collo. Zanella era morto dissanguato, mentre Kozloswki aveva iniziato a vagare per le strade di Brunico. Liberandosi dell’arma del delitto e del cellulare, prima di arrivare in Pronto soccorso. Da dove aveva chiesto agli operatori di chiamare i carabinieri che avevano poi trovato il corpo di Zanella ormai senza vita.
Kozlowski aveva confessato l’omicidio, ma mai il movente, che ad oggi pare non esserci stato. Al termine di una delle due udienze alle quali aveva partecipato, aveva chiesto scusa alla famiglia dell’amico. E in carcere, aveva raccontato di essere tornato “a credere in Dio dopo il delitto”. Ma, a questo punto, il vero motivo di quel gesto efferato non si saprà mai. Lasciando senza risposte due famiglie: quella di Kozlowski, ma anche quella di Zanella. L’indagine per l’omicidio, infatti, nell’ambito della quale il giudice delle indagini preliminari aveva incaricato tre esperti per condurre una perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e di volere di Kozlowski, si è conclusa con la morte dell’unico indagato.
E una seconda indagine è stata aperta ora, dopo la sua morte, nel carcere di via Dante. Lunedì scorso, attorno alle 18.30, Kozlowski si era chiuso nel bagno-cucina della cella che condivideva con gli altri detenuti. I quali non si erano insospettiti, almeno fino a quando non avevano sentito un tonfo da dietro la porta, chiusa a chiave. L’avevano chiamato, ma lui non rispondeva, e a quel punto avevano forzato la porta, trovandolo a terra accanto al fornelletto del gas. Invano, il medico del carcere aveva provato a rianimarlo per un’ora e mezza. Finché non era andato in arresto cardiaco.
Adesso la Procura, nell’indagine coordinata dal pm Andrea Sacchetti, ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Una prassi, nei casi di morte in carcere, per capire se nella rete di protezione dei detenuti ci siano state eventuali “falle”. E un atto dovuto, secondo D’Ignazio, perché sulla morte di Kozlowski non calasse immediatamente il silenzio: “La famiglia ha il diritto di sapere perché e come è morto Oskar”. Anche perché, quello di Kozlowski, non è un caso isolato, di detenuti che perdono la vita inalando il gas dai fornelletti da campeggio in dotazione nelle carceri.
Difficile, per i famigliari, credere all’ipotesi del suicidio. Per quanto già a marzo, il 23enne avesse cercato di farla finita, tagliandosi le vene con una lametta da barba. Salvato dai compagni di cella, aveva poi chiesto di essere piantonato, dicendo di aver paura per se stesso. Forse, per la difficoltà a sopportare la vita in carcere. D’Ignazio stessa, in sede di riesame, aveva chiesto, per lui, il ricovero in una struttura specializzata. Ma invano. L’altra ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella dell’incidente: forse, Kozlowski voleva solo inalare il gas dal fornelletto per stordirsi.










