di Chiara Currò Dossi
Corriere dell’Alto Adige, 15 ottobre 2026
Tra le priorità anche quello di migliorare il servizio sanitario interno alla struttura: “Dopo le 20 non c’è più il medico”. “Il mio compito è garantire i diritti delle persone private della libertà, a partire da quello di ricostruire una vita fuori dal carcere. Uno dei ruoli fondamentali, per me, è l’ascolto. Ed è da qui che è iniziato il mio lavoro: dopo i colloqui con la direzione del carcere, gli agenti di polizia penitenziaria e le autorità, ho iniziato a parlare con i detenuti”. È così che Alessandra Orlandi, la nuova garante dei diritti delle persone private della libertà personale, ha sondato le prime “criticità in ambito sanitario: il medico della struttura è presente fino alle 20, ma se un detenuto si sente male di notte, anche per gli operatori diventa molto difficile riuscire a seguirlo”. Ed è da qui che ha intenzione di iniziare il suo mandato.
La nomina - La figura del garante dei detenuti era stata introdotta nel 2011 dal Comune di Bolzano (la prima fu Franca Berti, l’ultima Elena Dondio, rimossa dall’incarico dall’ex sindaco, Renzo Caramaschi, per la sua candidatura alle elezioni provinciali, e mai sostituita), ma l’iter per la sua individuazione è stato formalizzato con una legge provinciale a maggio di quest’anno. Nominata a luglio dal consiglio provinciale, Orlandi è operativa da settembre e, per consentirle di svolgere al meglio il proprio compito, Comune e Provincia hanno stipulato un accordo di collaborazione al fine di ottimizzare le risorse disponibili.
La firma, da parte del presidente del consiglio provinciale Angelo Gennaccaro (affiancato dal suo predecessore, Arnold Schuler) e del sindaco Claudio Corrarati, è avvenuta ieri mattina in via Dante, sotto gli occhi del direttore della casa circondariale, Giovangiuseppe Monti, del comandante della polizia penitenziaria, il commissario capo Emanuele Bleve, e del presidente della Camera penale, Alessandro Tonon. “Da anni si parla di intervenire sul carcere di Bolzano - osserva Gennaccaro. Dopo tanti messaggi illusori su fantomatici spostamenti, la nomina di una garante, istituto che mancava da anni, è un passo concreto in questa direzione”. La collaborazione tra istituzioni, aggiunge Corrarati, “consentirà di coordinare le rispettive competenze e garantire un confronto costante con la realtà penitenziaria, allo scopo di favorire percorsi di responsabilizzazione e offrendo a chi ha scontato la propria pena concrete opportunità di reinserimento nella società”.
Struttura sovraffollata - La nomina di Orlandi, afferma Monti, “è un passaggio che colma una lacuna, e consente di promuovere quel processo di progressiva umanizzazione della pena a cui lavoriamo da sempre. Questo istituto ha attraversato varie difficoltà, ma continuiamo a investire nei percorsi di formazione e nell’offerta trattamentale”. Difficoltà che partono dalla condizione di sovraffollamento della struttura (ad oggi, sono 103 i detenuti presenti, su 88 posti), passando per la carenza di personale (su un organico di 84 unità, ce ne sono circa 60 di operative, compreso il personale degli uffici), senza contare quelle dettate dal fatto di avere una struttura vecchia e fatiscente, costruita a fine Ottocento (anche se di recente interessata da lavori di ristrutturazione del vano docce, della facciata e del cortile esterno).
Sensibilizzare l’opinione pubblica - La sfida, per Orlandi, è dunque tutt’altro che semplice. Altoatesina di nascita e trentina di formazione (è laureata in Giurisprudenza all’università di Trento), è stata giudice onorario al tribunale di Bolzano e, dal 2003, lavora nell’ambito della Difesa civica come esperta amministrativa. “Un altro compito molto importante che mi aspetta - spiega - è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica. Per la maggior parte delle persone il carcere è una realtà invisibile, ne sente parlare solo quando succede qualcosa di grave, ma non sa nulla della quotidianità dei detenuti e delle persone che ci lavorano all’interno. Sensibilizzare serve a evitare pregiudizi e capire che queste persone hanno la voglia e il diritto di rifarsi una vita. Una pena, per essere giusta, non deve guardare solo al passato ma anche al futuro, e questo rappresenta una garanzia per la collettività, perché far sì che una persona esca dal carcere migliore di come ci è entrata aiuta tutti a vivere meglio e a evitare recidive”.









