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Archivio storico

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di Chiara Currò Dossi

Corriere dell’Alto Adige, 8 agosto 2026

“Per noi, il lavoro qui è tempo libero. Abbiamo tirato giù i vecchi intonaci con punta e mazzetta, ripulito e stuccato i sassi delle pareti, rifatto il soffitto e ora tocca al pavimento. È venuto proprio un bel lavoro, e detto da me, che per una vita ho fatto il cubettista”. È un detenuto a spiegare cosa sta succedendo al piano interrato della casa circondariale di via Dante, dove il vecchio archivio è tornato alla luce grazie a un progetto realizzato con Left e Fse. “Per noi, il lavoro qui è tempo libero. Abbiamo la possibilità di muoverci, di stare insieme, di parlare e scherzare. E poi a me, lavorare, piace: vedere com’erano gli spazi prima e come sono diventati adesso è una soddisfazione.

Abbiamo tirato giù i vecchi intonaci con punta e mazzetta, ripulito e stuccato i sassi delle pareti, rifatto il soffitto e ora tocca al pavimento. È venuto proprio un bel lavoro, e detto da me, che per una vita ho fatto il cubettista”. È un detenuto a spiegare cosa sta succedendo al piano interrato della casa circondariale di via Dante, dove il vecchio archivio è tornato alla luce grazie a un progetto realizzato con la cooperativa Left e finanziato dal Fondo sociale europeo (Fse).

A farci strada, tra i soffitti a volta dei sotterranei, è il direttore, Giovangiuseppe Monti. “Quando ho preso servizio a Bolzano, nel novembre 2023, per entrare qua dentro servivano gli stivaletti in gomma. Il pavimento era nascosto da diversi centimetri d’acqua, le pareti piene di muffa. Tutta colpa delle infiltrazioni provenienti dal cortile passeggi”. L’archivio, insomma, era inagibile. Oggi è pieno zeppo di faldoni polverosi (“alcuni sono stati compromessi proprio dalle infiltrazioni”, puntualizza Monti), tra registri matricolari coi nomi di tutti i detenuti passati per queste mura (“compresi i prigionieri politici di inizio Novecento”) e i documenti relativi alla gestione amministrativa della struttura.

Un tesoro che racconta oltre cent’anni di storia del carcere, dalla sua realizzazione, a fine Ottocento, ad oggi. “La cooperativa Left era interessata a fare attività di formazione in carcere - racconta Monti, ci siamo chiesti: perché non pensare a qualcosa che possa dare un valore aggiunto all’istituto?”. È così che ha preso forma un progetto che unisce formazione, rieducazione e attività di restauro murario.

“Il primo passo è stato il più difficile - spiega Eleonora Sartor, capoarea trattamentale della casa circondariale -. Che sembra uno slogan, ma non lo è. Nei faldoni c’è tantissimo materiale, con dati sensibili. I documenti più recenti devono restare qui per vent’anni, altri per sessanta, dopodiché possono essere riversati all’archivio di Stato, altri finiscono al macero, previo nullaosta, altri ancora vanno conservati illimitatamente. A fissare i criteri dev’essere un’apposita commissione di scarto: ogni carcere ne ha una, ma a Bolzano era tutto fermo da anni”. La prima fase del lavoro è stata dunque burocratica: la commissione ha fissato le linee guida, poi i faldoni sono stati spostati per essere studiati, di modo da liberare una stanza alla volta e consentire ai detenuti di iniziare coi lavori di pulizia e restauro.

“Da marzo - spiega Jessica Armani, rappresentante legale di Left - per due giorni a settimana, due ore al mattino e due al pomeriggio, due squadre composte da otto detenuti ciascuna si occupano del restauro delle otto stanze e dei due corridoi che ospitano l’archivio. La prima è quasi terminata”. Ad affiancarli c’è un artigiano che è anche un educatore: per ogni ora di lavoro, i detenuti ricevono un compenso di tre euro, e, dopo un certo monte ore, ottengono un attestato di qualifica professionale, spendibile all’esterno una volta finito di scontare la pena.

Quaranta quelli coinvolti nei primi cinque mesi di vita del progetto, per il quale ci sono altre 20 domande in attesa. “Per me, è una soddisfazione - confessa Monti. Con questo progetto, riusciamo a valorizzare l’istituto attraverso il lavoro dei detenuti, con un’attività formativa orientata al reinserimento sociale”. Un progetto finanziato, per ora, fino al 2027, anche se gli organizzatori stimano che siano necessari altri due anni per completare il lavoro. E per arrivare al tassello finale, ossia la scansione e digitalizzazione del materiale storico