di Linda Baldessarini
Corriere dell’Alto Adige, 12 ottobre 2025
Il direttore: “Vogliamo raccontare i percorsi di rinascita dei detenuti”. Un test di sei mesi. Poi si vedrà. Il carcere di Bolzano è il primo istituto penitenziario ad aprire una pagina social. Un progetto di trasparenza voluto dal direttore Monti: “Raccontiamo i percorsi di rinascita”. Il carcere di Bolzano apre una pagina instagram. Il progetto pilota è partito: sei mesi per raccontare attività, persone e percorsi di inclusione dentro l’istituto di via Dante. Un portone di ferro, un cortile silenzioso e poi la voce del direttore, dottor Giangiuseppe Monti: “Il carcere non può restare muto. Anche qui si costruiscono percorsi di rinascita e vogliamo raccontarli”.
Da questa convinzione nasce a Bolzano il primo progetto pilota in Italia che apre i profili social di una casa circondariale. Sei mesi di sperimentazione, un laboratorio di comunicazione e trasparenza che prova a cambiare il modo in cui l’istituzione penitenziaria si mostra al mondo. Un’ iniziativa inedita, ma anche la naturale evoluzione di un percorso più profondo. Perché dietro l’apertura di un canale Instagram e, a breve, di una pagina Facebook c’è il lavoro di un direttore e di un reparto che hanno ricostruito fiducia, relazioni e immagine in un contesto difficile.
La struttura di via Dante, edificio austroungarico dell’Ottocento, ha conosciuto anni complessi: spazi limitati, impianti obsoleti, carenza di organico. Ci sono state rivolte, suicidi e persino un’epidemia di scabbia tra i detenuti. Per anni è rimasto tutto fermo in attesa di un nuovo carcere che però è sempre rimasto un progetto sulla carta. Due anni fa la svolta con la nomina di un nuovo direttore (fino a quel momento Bolzano era affidato “ad interim”alla direttrice del carcere di Trento). Insieme al direttore sono arrivati anche i fondi per rimettere in sesto un’edificio che ormai stava cadendo a pezzi.
“Abbiamo iniziato dalle urgenze - racconta Monti -. Rifare il tetto, sistemare le facciate, migliorare gli ambienti, soprattutto le docce. Ma il vero cambiamento è stato culturale. C’era bisogno di restituire serenità al personale e dignità al lavoro che qui si fa ogni giorno”. Accanto ai lavori strutturali è aumentata la spinta all’apertura: convenzioni con la Croce Rossa, con il Comune per i lavori di pubblica utilità, progetti di formazione, laboratori professionali. Nella ciclofficina, ad esempio, i detenuti imparano un mestiere e raccontano con orgoglio il loro percorso durante gli eventi aperti al pubblico. “Il carcere non è solo pena - sottolinea il direttore - ma anche crescita, cura e prevenzione. Oggi possiamo mostrarlo con maggiore consapevolezza e orgoglio”.
In questa stessa direzione va anche l’incontro in programma domani con i giocatori dell’FC Südtirol, che entreranno in carcere per un momento di confronto sul valore educativo dello sport. “È un segnale di apertura importante - dice Monti. Lo sport parla di regole, rispetto, squadra, valori che qui dentro trovano un nuovo significato”.
Mostrare, ma non spettacolarizzare. Il progetto social nasce proprio da questa linea sottile. Raccontare la realtà quotidiana del carcere, le attività educative, le collaborazioni con il territorio, senza negare le difficoltà. “La cronaca racconta spesso solo il dolore, gli episodi critici, le emergenze. Ma - spiega Monti - dentro queste mura c’è molto altro: persone che studiano, lavorano, si impegnano per cambiare. È giusto che si sappia”.
Un’idea condivisa anche dal Comandante del reparto di Polizia Penitenziaria, il commissario Francesco Frisenda: “Il nostro è l’ultimo baluardo della legalità. Dobbiamo testimoniarla anche attraverso i canali social, con trasparenza e rispetto. Non è questione di immagine, ma di testimonianza civile”.
Il progetto durerà sei mesi. Al termine, se i risultati saranno positivi, potrà diventare un modello per altri istituti. I contenuti saranno calibrati con attenzione: comunicazioni istituzionali, attività trattamentali, progetti con le scuole e con gli enti locali. Nessuna improvvisazione, ma un lavoro di squadra che unisce direzione, polizia penitenziaria, educatori e volontari. In fondo, questo esperimento nasce da un’idea semplice: un carcere che cambia deve poter raccontare il proprio cambiamento. Non per cercare consenso, ma per restituire al cittadino una visione più vera e più completa della realtà penitenziaria.
“La trasparenza è una forma di responsabilità pubblica - conclude Monti -. Parlare del carcere significa parlare di noi, del modo in cui una società sceglie di non abbandonare nessuno. Aprire i social è solo un modo per dire che siamo qui, che il cambiamento è in corso e che vale la pena guardarlo da vicino”.











