sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

buongiornosuedtirol.it, 25 maggio 2026

Elena Dondio è stata tra i protagonisti della conferenza “La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella”, promossa a Bolzano lo scorso 22 maggio da Nessuno Tocchi Caino. Reduce da una nuova visita ispettiva all’interno della casa circondariale del capoluogo altoatesino, Dondio ha raccontato criticità strutturali, difficoltà sanitarie e ostacoli al reinserimento, ma anche l’impegno quotidiano di operatori e personale penitenziario. Ne emerge un quadro complesso, che riporta al centro il tema delle condizioni di detenzione e della funzione stessa della pena. “Entrare in carcere con Nessuno Tocchi Caino è sempre un’esperienza molto forte”, racconta Dondio. “Non si tratta mai di semplici visite: il nostro obiettivo è osservare le condizioni reali della struttura, verificare la situazione sanitaria, la sicurezza e la quotidianità delle persone detenute”.

La situazione riscontrata durante l’ultima ispezione conferma problemi già noti. “Le celle restano molto difficili: spazi ristretti, wc e lavandino praticamente uno accanto all’altro, brande arrugginite e ambienti spesso inadeguati. È impossibile non percepire immediatamente il peso di queste condizioni”. Un carcere vecchio, dunque, segnato dal tempo e da criticità strutturali che incidono inevitabilmente sulla qualità della vita interna. Eppure, accanto alle difficoltà, emerge anche un altro aspetto.

“Ho trovato persone che cercano davvero di migliorare le cose” - “Sì, ed è importante dirlo”, sottolinea Dondio. “Ho incontrato personale disponibile e profondamente umano. Anche il direttore dell’istituto, che ho avuto modo di conoscere personalmente, sta cercando concretamente di migliorare le condizioni interne”. Negli ultimi mesi sono stati effettuati interventi importanti di manutenzione: docce nuove, lavori sulle tubature, attenzione alle facciate e agli impianti. “L’edificio resta molto vecchio e la manutenzione è una sfida continua, ma ho percepito un impegno reale”. Anche diversi detenuti della prima sezione avrebbero espresso apprezzamento per il clima interno e per il rispetto ricevuto dagli operatori. “In un contesto così difficile, sentirsi trattati con dignità fa una grande differenza”.

Il peso psicologico della detenzione - Uno dei temi più delicati resta quello della sofferenza psicologica. “Il carcere è già di per sé una punizione”, osserva Dondio, richiamando spesso le parole di Rita Bernardini. Quando alla privazione della libertà si aggiungono sovraffollamento, spazi limitati e assenza di prospettive concrete, il disagio rischia di aggravarsi ulteriormente. “Le attività, i percorsi formativi e le opportunità di reinserimento vengono offerte, ma gli spazi a disposizione spesso non sono sufficienti a garantire condizioni adeguate. In un contesto così ristretto, il senso di vuoto e di sofferenza resta comunque molto forte, e durante la visita l’ho percepito ancora una volta chiaramente”.

Sanità penitenziaria: “Gli operatori fanno il massimo, ma il sistema è in difficoltà” - Particolarmente critica appare la situazione sanitaria. “L’ambulatorio dentistico e quello infermieristico sono costantemente pieni”, spiega. “Gli operatori lavorano con grande dedizione, ma il sistema fatica a reggere”. Secondo Dondio, uno dei problemi principali riguarda il trattamento economico del personale sanitario. “Gli operatori percepiscono retribuzioni inferiori rispetto a quelle di Trento, nonostante dal 2011 la gestione della sanità penitenziaria sia passata alla Provincia. Questo inevitabilmente crea difficoltà organizzative e rende più complicato garantire continuità nei servizi”.

Reinserimento lavorativo e ostacoli burocratici - Altro nodo centrale è quello del reinserimento sociale e lavorativo. “Molti percorsi rischiano di fallire per questioni burocratiche”, denuncia Dondio. “Mancano spesso documenti essenziali e il Comune non concede permessi provvisori che in altri Comuni vengono, invece, rilasciati proprio per favorire la reintegrazione”.

Il rischio, spiega, è vanificare il lavoro di educatori, operatori e associazioni proprio nella fase più delicata: il ritorno alla vita esterna. “Se una persona non riesce nemmeno ad accedere ai documenti necessari, qualsiasi percorso di reinserimento diventa quasi impossibile”.

Il ruolo del Garante dei detenuti - Nel corso dell’intervista si affronta anche il tema del Garante dei detenuti, figura spesso poco conosciuta ma considerata fondamentale. “Nasce da un’esigenza internazionale molto chiara: garantire controlli indipendenti nei luoghi dove le persone vengono private della libertà”. Dondio evidenzia il Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura e il noto caso Torreggiani, che evidenziò le criticità strutturali del sistema penitenziario italiano. “Il Garante nazionale, istituito nel 2013, può visitare carceri, CPR, REMS e camere di sicurezza e strutture per anziani. Il suo compito è osservare, monitorare e raccogliere segnalazioni, promuovendo il rispetto dei diritti fondamentali”. Diversa, invece, la funzione del Magistrato di sorveglianza. “Il Garante tutela i diritti ma non prende decisioni giuridiche. Il Magistrato di sorveglianza, invece, decide concretamente su permessi, misure alternative, reclami e percorso esecutivo della pena”.

“Serve una visione diversa della pena” - La riflessione finale di Elena Dondio è netta. “Il carcere non può continuare a restare così. Servono interventi strutturali, spazi più dignitosi e soprattutto una visione diversa della pena”. Per la referente locale del Partito Liberale Italiano e attivista di Nessuno Tocchi Caino, il tema non riguarda soltanto i diritti dei detenuti, ma anche la sicurezza collettiva. “Se vogliamo davvero parlare di reinserimento e sicurezza, dobbiamo creare condizioni che permettano alle persone di ricostruire la propria vita. Altrimenti il carcere rischia soltanto di amplificare fragilità, marginalità e sofferenza”.