di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 5 maggio 2020
Dopo le incredibili dichiarazioni rese da Nino Di Matteo in tv, una cosa è chiara fin d'ora: la morale della favola, già sentita (ma evidentemente non abbastanza): "A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura". Lo diceva Pietro Nenni, mille anni fa.
Le parole del consigliere del Csm Di Matteo, magistrato tra i più impegnati sul versante della lotta alla mafia sono, va da sé, gravissime. Di Matteo ha raccontato un episodio risalente a poco meno di due anni fa: il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede - allora in carica nell'esecutivo gialloverde: Bonafede è uno dei pochissimi transitati in questa legislatura da un governo all'altro, mantenendo lo stesso incarico - lo chiamò per proporgli di guidare il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, o in alternativa di fare il direttore generale degli Affari Penali.
Lui si prese quarantotto ore per decidere, ma quando, l'indomani, tornò per accettare l'incarico di capo del Dap scoprì che il ministro aveva già deciso, e che quella posizione non era più disponibile. Bonafede aveva semplicemente cambiato idea? Va' a sapere. Com'è come non 'è, Di Matteo aggiunge però - "e questo è molto importante", sottolinea - che la polizia penitenziaria aveva raccolto nel frattempo le frasi allarmate di alcuni boss in carcere, che temevano l'eventuale nomina del magistrato, e le aveva trasmesse alla procura nazionale antimafia e al Ministero. Infine chiosa: "Forse qualcuno aveva indotto il ministro a ripensarci".
Indotto. Il ministro. Ora, siamo dinanzi al caso di un consigliere del CSM che formula un sospetto pesantissimo e infamante nei confronti del Guardasigilli. Lo fa, a quanto ha dichiarato, perché non sembri che sia stato lui a rivolgersi alla politica in cerca di qualche incarico, e non viceversa. Ma questo dovrebbe indurre anche altri, forse, a prendere posizione: è accettabile che un alto magistrato avanzi il dubbio che un ministro della Repubblica sia stato indotto a compiere o a non compiere un certo atto di governo dalle parole di qualche capomafia?
Ed è pensabile che un magistrato, con questo dubbio che gli frulla in testa, se ne stia quieto per un paio d'anni, mentre pensa che forse il ministro della Giustizia fa o disfa a seconda di quel che si orecchia nelle carceri, per poi risolversi a tirare fuori tutta la storia a favore di telecamera? Bonafede, che ha fornito del tutto "esterrefatto", nel corso stesso della trasmissione, la sua versione su quei colloqui con Di Matteo, sarà chiamato con ogni probabilità a riferire in Parlamento. E dirà quanto ha già affermato: si sarebbe trattato di un malinteso, e ovviamente le dichiarazioni dei boss non c'entrano nulla.
Ma c'è, oltre a ciò, la morale della favola. C'è che il ministro milita in un movimento politico che ha sempre considerato Nino Di Matteo, il magistrato più scortato d'Italia, un simbolo dell'antimafia, il campione della moralità pubblica, l'uomo che più tenacemente di tutti ha lottato per fare luce sui più torbidi misteri e le trame più oscure della storia della Repubblica, osando finalmente strappare il velo che ricopriva, secondo l'atto d'accusa, l'ignominiosa trattativa fra lo Stato e la mafia, e anche il candidato naturale alla carica di ministro della Giustizia (tenuta pro tempore proprio da lui, Alfonso Bonafede).
E c'è pure che un'insinuazione come quella avanzata dal pm siciliano, a margine dei fatti riferiti, avrebbe spinto i Cinque Stelle a chiedere le dimissioni di chiunque si trovasse nel posto in cui si trova oggi uno dei suoi più autorevoli esponenti. C'è, ora, un puro più puro di te, molto più puro di e di tutto il Movimento, che sospetta vi sia una grave macchia sulla tua giacca di ministro e no, non puoi limitarti a dire che si sbaglia, che le cose sono andate diversamente o che comunque non vi siete intesi, perché non solo non hai mai concesso agli altri il beneficio d'inventario, ma hai costruito l'intera tua fortuna e quella della forza politica alla quale appartieni sull'essere come la moglie di Cesare, e sulla celebrazione di impeccabili cavalieri dell'onestà chiamati a dare l'avallo morale a una politica posta sempre sotto tutela.
Ora uno di questi prodi paladini, il più integerrimo di tutti, certo uno dei più ascoltati da te, dai tuoi militanti, dalla tua parte politica, è tra quelli che pensano che forse, per timore o per altro, decidi e nomini sentendo le parole che si scambiano i boss. Come pensi di uscirne? Il Pd, nella versione masochista che lo porta a continui esercizi di pazienza verso l'alleato pentastellato, cerca di cogliere la palla al balzo per tornare almeno a rivendicare il primato della politica, e sperare che anche dalle parti del Movimento lo comprendano una buona volta: i consiglieri consiglino pure, resta ai politici di decidere e nessuno, e neanche il più prestigioso dei magistrati può ledere una simile prerogativa con il venticello del sospetto.
Ma se una cosa Di Matteo ha messo in chiaro, è che lui non s'è mai sognato di ledere alcunché: gli è stata fatta una proposta, che nel giro di poche ore il ministro si è rimangiata. E però aggiunge: va' a sapere perché. È questa aggiunta che non è facile digerire. Oppure, se Bonafede la digerirà, vorrà dire che ormai da quelle parti, dalle parti dei grillini, sono disposti a digerire di tutto.










