di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 20 novembre 2019
Il tempo è poco e i rischi parecchi, per le sue riforme e per il governo tutto. Perché la prescrizione potrebbe essere la miccia perfetta per i non pochi giallorossi che ne cercano una. Così prima della riunione serale a Palazzo Chigi il Guardasigilli a 5Stelle invoca, quasi pretende una soluzione: "Spero che il vertice di serale sulla riforma della giustizia sia risolutivo, sarà l'ennesimo momento di confronto ma ora è il momento di partire".
Bisogna chiudere, scandisce Alfonso Bonafede prima di incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i rappresentanti dei partiti della maggioranza. Ma per uscire dalla palude dei veti incrociati bisogna superare l'unico, quanto ingombrante ostacolo, la prescrizione. Ed è per questo che Bonafede si presenta alla riunione per la prima volta per delle controproposte per Pd e renziani, uniti dal dire no all'entrata in vigore da gennaio della nuova prescrizione, quella già approvata invia definitiva con la legge Spazza-corrotti.
Il ministro della Giustizia non voleva e non vuole fare passi indietro: lo stop alla decorrenza dei termini dopo la sentenza di primo grado deve diventare operativo con il nuovo anno, "e no totale anche alla prescrizione del processo", precisano fonti del ministero prima della riunione, come a rintuzzare subito un'idea degli altri partiti già finita sul tavolo.
Però prova a concedere qualcosa Bonafede, innanzitutto ai dem che chiedono un decreto con cui rendere certi i tempi dei processi. E così al tavolo a Palazzo Chigi propone "una corsia preferenziale" per gli assolti in primo grado, cioè l'obbligo di svolgere con urgenza i processi di appello rispetto agli altri procedimenti. Di fatto un meccanismo premiale, studiato da Bonafede con i tecnici di via Arenula alla vigilia del vertice.
La carta con cui il ministro prova a scalfire il muro del Pd, da cui in giornata tirano in ballo bruscamente Conte: "È tempo che si sporchi anche lui le mani su questa vicenda, ci aspettiamo che faccia finalmente delle proposte". Insomma vogliono che faccia da mediatore, convincendo Bonafede a fare qualche vero passo indietro.
Magari indicando tecnicamente la via d'uscita, da avvocato qual è. Perché il ragionamento di partenza dei dem resta quello: "Abbiamo accettato cose come il taglio dei parlamentari, e ora è tempo che i 5Stelle facciano qualche rinuncia".
Tradotto, il Pd ha urgenza di qualche trofeo da esibire, per sostenere poi di non aver donato troppo sangue al patto di governo con il M5S. E figuriamoci i renziani di Italia Viva, che in queste settimane "non hanno mandato una riga di proposta", come ha lamentato lo stesso Bonafede nel difficile vertice della scorsa settimana, dove si era parlato unicamente di prescrizione. Quasi nulla sulle riforma del processo penale e di quello civile, e neppure sulle nuove norme per il Csm, su cui il ministro ha già mostrato voglia di trattare, rinunciando quasi subito al sorteggio per l'elezione dei suoi membri.
"C'è una buona convergenza sulla riforma dei processi e del Csm" assicurava ieri, ed è sostanzialmente esatto. Il vero imbuto è la decorrenza dei termini. Con i dem che rilanciano un'altra proposta, rinviare l'entrata in vigore della nuova prescrizione legandola al varo dei decreti attuativi. In sintesi, un modo per farla slittare di almeno un anno.
D'altronde è con scetticismo reciproco e cattivi pensieri che i delegati dei partiti entrano nel vertice attorno alle 21.30, dopo il rientro di Conte da Berlino. "Non vedo come si possa colmare la distanza" sussurra uno dei partecipanti. Perché i giallorossi sono sfilacciati e la giustizia è uno specchio, delle differenze.










