di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 20 agosto 2026
L’avvocata e senatrice: “La legge Codice Rosso è salvavita, ma non sempre viene applicata bene. Ci sono ritardi, sottovalutazioni e misure blande”. Giulia Bongiorno, senatrice leghista, presidente della commissione Giustizia, e cofondatrice di Doppia Difesa: ancora una volta una donna che denuncia, inascoltata, è uccisa perché lo Stato non è riuscito a proteggerla. “Una vicenda intollerabile. Per una donna è difficile denunciare un uomo con cui c’è, o c’è stato, un rapporto sentimentale: quando trova il coraggio di farlo dev’essere aiutata subito. Esiste una legge del 2019 a mia firma, il Codice Rosso, per dare priorità assoluta alle donne in pericolo”.
Appunto, invece i femminicidi continuano. La legge Codice Rosso non funziona?
“È una legge salvavita, ma non sempre viene applicata bene. Il nome richiama il sistema in uso negli ospedali, dove si dà la precedenza ai casi più gravi e urgenti, contrassegnati appunto dal codice rosso. Come un infarto, una denuncia di violenza richiede un intervento immediato: la vittima dev’essere sentita entro tre giorni e bisogna valutare l’adozione delle misure cautelari. Se chi arriva in ambulanza non viene curato bene e subito, non è colpa dell’ambulanza”.
Quindi, un problema c’è...
“Sì, ci sono ritardi, spesso c’è anche una sottovalutazione e vengono applicate misure blande. Capita ancora che la donna si senta dire che certe cose sono “normali”. Del resto, lo stesso aggettivo “domestica” applicato alla violenza la sminuisce, invece è una violenza selvaggia”.
Quali segnali vengono sottovalutati?
“Minacce, forme di controllo, ricatti, violenze psicologiche non sono fatti isolati, ma tessere di uno stesso mosaico”.
A chi spetta valutare?
“A chi prende in carico il caso: forze dell’ordine e magistratura”.
E cosa devono fare?
“Sentire subito la vittima e non sottovalutare nulla. Se un uomo fa minacce gravi o perseguita, di certo non si fermerà davanti a un ammonimento o a un divieto di avvicinamento. Serve il carcere, purtroppo non vedo alternative”.
La mamma di Tania Terrin consiglia alle donne che denunciano di far subito la valigia e sparire. Sbaglia?
“Questa sarebbe la resa dello Stato. Lo Stato non può accettare che una vittima vada via. È il violento che deve andarsene”.
Servono altre misure?
“No, serve applicare bene quelle esistenti. Piuttosto, insistere sulla formazione delle forze dell’ordine e della magistratura. Il Codice Rosso è nato dalla vicenda di Noemi Durini, uccisa a sedici anni dal fidanzato, nonostante le denunce della madre”.
C’è chi, come Roberto Vannacci, critica l’introduzione del reato di femminicidio, sostenendo che è un omicidio. Non è vero?
“No, è sbagliato. Infatti non viene contestato il femminicidio se si uccide una donna travolgendola sulle strisce pedonali. Il reato non nasce dall’idea che la morte di una donna pesa più di quella di un uomo, ma dalla gravità della spinta che porta un uomo a uccidere una donna perché la ritiene inferiore e la considera una cosa propria. Non vorrei che in queste critiche ci fosse nostalgia per il reato previsto fino al 1981, il delitto d’onore, che veniva punito in modo lieve”.
Però non è un deterrente. I femminicidi non calano. È solo simbolico?
“Non vedo niente di simbolico nell’ergastolo. Naturalmente, la violenza va combattuta su più piani: è anche un problema culturale ed è difficile contrastarla senza introdurre un nuovo modo di concepire la relazione tra uomo e donna. Servono rispetto reciproco e parità autentica. Le buone leggi non possono da sole generare un cambiamento nella mentalità della gente: possono, e devono, accompagnarlo”.










